Cerca nel blog

sabato 28 febbraio 2009

Intervista - BandaBardò


Erriquez, come la Bandabardò ribadisce tutt’oggi, il principio con il quale siete nati 15 anni fa è quello di voler trasportare sul palco la stessa atmosfera delle suonate tra amici. Dopo l’attività svolta ad oggi, nel 2009, con più di 1000 live e 6 album all’attivo, sentite ancora forte questo spirito popolare e ‘informale’ o lo si sta perdendo pian piano per trovare forza in qualcos’altro?

No, anzi, è sempre più forte. In tutti i live di questi anni abbiamo capito che noi della Bandabardò siamo fatti così, ci piace fare musica e cantarla insieme alle persone, fare feste. Non siamo musicisti che mossi da una certa vanità vanno in giro a mostrare il proprio repertorio e ne gioiscono come tale, noi sentiamo il bisogno del pubblico. E la riprova che ciò è possibile l’abbiamo avuta in questi anni, la prova che questo spirito può essere colto sia in una saletta con 20 spettatori che in una sala di 10000. L’importante è che tu sia vero e che racconti qualcosa che ti è vero sulla pelle. Allora la tua allegria diventa contagiosa e si apre un ping pong col pubblico, ed è come una festa a casa.

“Trasportare sul palco la stessa atmosfera delle suonate tra amici”. Può voler dire che basate gran parte della vostra dimensione artistica sul live e sui concerti?

No, non cerdo. Il disco è molto importante, lo fai per una dimensione artistica tua, ti permette di rinnovare le tue idee e di creare degli atti e dei ricordi. E comunque penso che anche al pubblico i nostri dischi siano piaciuti, visto che ne sono state vendute decine di migliaia di copie. Credo che la gente li compra perché non vede l’ora di fare un atto d’amore nei nostri confronti, anche perché poi ai concerti cantano tutte le canzoni a memoria.
È un discorso artistico che mai ha guardato al mercato, mai abbiamo fatto una canzone simile a un’altra perché quell’altra aveva avuto successo, e questo è parte fondamentale del nostro essere veri sul palco: raccontiamo storie sincere senza mai creare nulla appositamente.

Attaccandoci al tema dell’album in quanto opera a sé, l’ultimo vostro lavoro, “Ottavio”, uscito nel Settembre 2008, ha una solida struttura narrativa, simile a un’opera teatrale, divisa in atti. Come è nata questa nuova idea?

Se si contano i nostri dischi in modo da includere, oltre ai 5 album studio precedenti, anche il live e la raccolta, questo sarebbe stato il nostro ottavo album. Da lì il nome.
Per questo album allora abbiamo creato questa storia lunga, che viene raccontata in tutte le 14 canzoni. Una storia che parla della vita di questo personaggio, che si chiama Ottavio perché nella commedia dell’arte Ottavio era la maschera dell’innamorato, e a noi l’idea del personaggio il cui scopo nella vita è quello di innamorarsi era piaciuta moltissimo. È un’immagine che ci assomiglia molto.
Su questa storia stiamo già elaborando una stesura ancora più teatrale che faremo da ottobre in poi, direi un po’ alla Gaber anche se il paragone mi fa tremare le ginocchia. Quello diciamo che dovrebbe essere l’esempio da seguire.

Questa di lavorare sull’album in quanto opera d’insieme è una scelta che molti artisti oltre a voi hanno fatto. Mi viene in mente, oltre al Gaber da te già citato, l’ultimissimo ‘fonoromanzo’ di Caparezza.

Certo, l’ultimo lavoro del Capa l’ho sentito e mi è piaciuto molto come tutto ciò che lui ha scritto, ma non ci ha influenzato poiché l’album nostro era già scritto e già registrato da un po’. In ogni caso siamo contenti che altri artisti optino per scelte importanti come questa, poiché al giorno d’oggi comprare un disco è un grande atto d’amore che una persona fa nei confronti dell’artista, visto che potrebbe benissimo averlo gratis. Per questo noi, Capa, e pochi altri, cerchiamo di dare al disco un valore che va ben oltre quei venti euro. Prima di tutto cerchiamo di farli belli e non cerchiamo di basarli su due singoli che tirano le vendite e poi il resto è tutto una m…. Noi ad esempio in un disco abbiamo messo trenta tracce con gli accordi di chitarra, in un altro abbiamo messo un dvd che documentava la nascita del disco. E questo lo facciamo perché è giusto nei confronti di chi lo compra che deve essere felice del tuo lavoro.
Le fonti di ispirazione per questo ‘concept album’ si possono riferire anche a “Tommy” degli Who o a De André che riscrive la grande “Antologia di Spoon River”. Sono esempi di artisti ben più fantastici di noi che ci hanno ispirato.

Voi avete avuto la fortuna, tra i tantissimi live, di esporvi più volte all’estero, e questo grazie anche al tuo bilinguismo e alla tua origine franco-lussemburghese. Di fronte a un genere come il vostro, molto folkloristico e festoso, si incontrano reazioni differenti a seconda dei paesi e dei popoli con i quali ci si trova di fronte?

In Germania abbiamo trovato una reazione molto diversa ma intelligente. Ovunque ci siamo esibiti, dalla Francia al Canada passando dal Messico o la Spagna, la gente ha ballato, si è lasciata andare, ha dunque creato anche lì l’atmosfera festiva, con l’unica differenza che non cantavano perché non sapevano le parole. In Germania invece mi verrebbe quasi da dire che la gente, guardandoci cantare, capiva le parole, o meglio capiva che quello che noi cantavamo, anche se in una lingua completamente diversa, veniva da qualcosa che noi avevamo realmente vissuto. È nato così un certo feeling con il pubblico tedesco, tanto che le radio ci passano spesso, una delle emittenti più importanti ci ha fatto disco del mese, e la stampa ci sta dando delle consacrazioni che magari neanche meriteremmo. Si sono messi a studiare i nostri testi, a interpretarli, a volte addirittura a paragonarli con artisti come De André. Io personalmente sono diventato alto un metro e venti con un paragone simile!

L’esigenza di esprimere la propria dimensione artistica e il proprio pensiero viene, come di consueto, espressa con la musica. Ma nel vostro caso non è solo così, perché nel 2004 avete pubblicato anche una biografia, dal titolo “Vento in Faccia”, scritta in collaborazione con Massimo Cotto. Da cosa è nata questa esigenza?


L’idea è nata dallo stesso Massimo, che noi abbiamo sempre considerato il giornalista migliore in Italia e con il quale oggi abbiamo stretto ormai una grande amicizia. Prova a immaginarti Massimo Cotto che ti telefona a casa e ti dice: -Voglio scrivere una biografia su di voi. Troviamoci in campagna, ci beviamo un bicchiere di vino, poi quello che mi raccontate io lo metto per iscritto-.
Noi siamo saltati in aria per la gioia. Qualcuno che potesse mettere i nostri pensieri e i nostri ricordi, e fermarli.
Con questa esperienza siamo anche riusciti a scoprire molti segreti e molte differenze che c’erano tra noi membri del gruppo. Lavorare con lui è stato un po’ come una seduta psicanalitica di due giorni. Sono tornati ricordi incredibili alla memoria, tutti registrati da un grande giornalista, che quindi hanno creato questo momento di euforia in noi.

Prima di salutarci, state già lavorando per il prossimo album o siete pienamente occupati dal tour?

No, il nostro modo di lavorare funziona con quasi due anni di tour non-stop e alla fine di questi ci si ferma un mesetto per scrivere il nuovo album di getto. Non scriviamo mai in tournée. Quello che si sta facendo in questi giorni è lavorare per metter giù i monologhi, i dialoghi, e i costumi per la piéce teatrale di “Ottavio” che si terrà da questo autunno.



Francesco "Bobo" Bogliani


Articolo - DoppioSenso


Se proprio volessimo trovare uno slogan, potrebbe essere: DoppioSenso, doppia emozione: venerdì 27 infatti il gruppo pavese sbarcherà nel Salento per un live che li vedrà protagonisti insieme ai Missiva, i vincitori della prima giornata di Orquestra 5 - Thunder Rock League.
Un concerto che rappresenta uno snodo fondamentale sia per il gruppo, sia per Orquestra che, affidandosi l’uno all’altro, sbarcano a Lecce per portare un po’della loro follemente sana ed altrettanto contagiosa Rock Intentinon.

Un attestato di stima ad un gruppo, i Doppio Senso, realtà ormai consolidata del territorio, che grazie ad innumerevoli live, hanno fatto innamorare folle di pavesi in delirio: per rendersene conto è sufficiente assistere ad un loro concerto e respirare un po’ di quella sana energia che accompagna ogni loro esibizione.

Dopo anni di fatiche e ore spese in sala prove, per il cavaliere e la fata (il cavaliere e la fata tour,) è finalmente giunta l’ora di godersi una piacevole luna di miele e, con il benestare di “Mamma” Orquestra, quale posto migliore se non il Salento, con i suoi colori ed i suoi sapori?

Se andare a Lecce per il week-end è un po’ complicato, ma vi sentite comunque pronti ad immergervi in un’apnea di note, non perdete neanche un secondo del loro album d’esordio e vi ritroverete divinamente persi nel mondo dei Doppio Senso che, fidatevi, non è poi così male….

Perla Martini

domenica 22 febbraio 2009

Recensione - Alchemya


ALCHEMYA
Alchemya
B-Side Records - 2008


Tracklist:
- THE SAVIOR
- RORSCHACH TEST
- STAINED
- VESPIDAE


Line Up:
Fabio Amurri: tastiera
Enrico Gattafuori: chitarra
Simone Bracci: voce, chitarra
Lorenzo Vennitti: basso
Steven Orazi: batteria



Gli Alchemya sono un giovane gruppo proveniente da Ascoli Piceno, formatosi nel 2006.

Il disco in questione è un EP di 4 tracce per una durata di una ventina di minuti.
La veste grafica del disco si propone molto ricca di simbolismo (medico e psicanalitico in primis)
e molto ben curata.

Il disco propone un rock molto moderno, contrassegnato da sonorità tipiche degli ultimi anni.
La produzione è curata e il disco molto “pulito” nel sound. I pezzi, anche grazie ad un sempre ottimo uso della tastiera, sono ricchi negli arrangiamenti e molto ben suonanti.

Nonostante i molti lati positivi l'ep in questione tende a risultare un po' “preconfezionato” e con poca personalità, questa sensazione è accentuata dalla voce che a volte risulta troppo monocorde e con poca varietà (seppur una voce con un ottimo timbro ed una buonissima tecnica).

Il gruppo, come detto sopra, è molto giovane e questa mancanza di carattere nel disco è dovuta sicuramente a questo ed è perfettamente normale all'inizio della maturazione artistica di un progetto.

Le potenzialità che si intuiscono in questo lavoro sono veramente elevate, e son sicuro si esprimeranno al meglio nei prossimi lavori.

Per concludere si può affermare che il risultato di questo disco è inferiore alla somma dei suoi singoli componenti, seppur pone la prima pietra di un cammino che sarà certamente più maturo e validissimo.



VOTO: 70/100


Simone Giorgi

domenica 15 febbraio 2009

Recensione - State 22


STATE22
THE MODEL OF ATTRACTION (MEI 2008 single edition)
Auotoproduzione - 2008

Tracklist:
The model of attraction
The model of attraction (instrumental version)


Il gruppo State22 ci propone un disco singolo con packaging edito per la presentazione al MEI 2008.

In effetti ad un primo contatto visivo si tratta di un'edizione particolare, con dimensioni da 45 giri ed un “finto vinile” all'interno che fa in realtà da supporto ad un normale compact disc.

Il disco propone una sola canzone prima nella versione originale e successivamente nella versione strumentale.

Gli State22 ci propongono un rock molto ben arrangiato e prodotto, con melodie molto orecchiabili e di piacevole ascolto, tuttavia la canzone sembra mancare di carisma e di personalità: troppi passaggi musicali ricalcano i canoni troppo spesso abusati di un rock “anni 2000” così come la scelta dei suoni che possono risultare troppo “prefabbricati” e della linea vocale dei ritornelli.

La scelta del testo inglese pare molto appropriata visto l'andamento rockeggiante che si sposa sempre bene con la lingua d'oltremanica.

In conclusione ci troviamo davanti ad un lavoro che pur proponendo una buona canzone con un sound molto orecchiabile sembra aver direzionato troppi sforzi sull'estetica del pacchetto e troppo pochi su una caratterizzazione meno canonica del pezzo.



Giudizio finale: 60/100


Simone Giorgi

sabato 14 febbraio 2009

Recensione - Oloferne


OLOFERNE
Segno D'acqua
Autoproduzione - 2008

Tracklist:
1. L'argonauta
2. Volver
3. L'amore della salamandra
4. La Piedra del Paranà
5. La preghiera del marinaio
6. A largo di Punta Stilo
7. Controcanto
8. Byzantium
9. Oggi i pensieri sono alberi
10. Fa come Fard (new version)
11. Il segno d'acqua

Line Up:
Alessandro Piccioni: Voce, Basso, Flauti
Giacomo Medici: Voce, Chitarra, Percussioni
Giuseppe Cardamone: Violino
Gianluca Agostinelli: Chitarre
Marco Medici: Batteria, Percussioni


Oloferne è un gruppo da Chiaravalle (Ancona), nato nel 1999.

Il segno d'acqua è l'ultimo lavoro di una carriera ormai decennale segnata da numerosi riconoscimenti e premi.

L'album si presenta molto elegante nel packaging davvero molto curato, con una copertina che con un'onda e il suo reflusso già ci trascina all'interno di quella che sarà l'atmosfera del disco. Un disco trascinante che vuol esser compagno musicale di un viaggio, tema del viaggio che ben si sposa con le atmosfere tipiche del folk-rock.

Il tema del viaggio, del mare, della terra e delle radici del vino e dell'uomo: Il tema del disco vuole essere il mondo, nelle atmosfere e nei testi.

Ci troviamo di fronte ad un disco molto suonato e suonato davvero in maniera impeccabile sotto ogni punto di vista: gli strumenti si incastrano sempre in arrangiamenti molto curati sempre con un ottimo gusto musicale messo al servizio dell'atmosfera generale di ogni brano, senza perdere di vista il cammino solido dell'intero disco.

Le canzoni, mai banali, sono valide ognuna a suo modo, oltre ad essere tasselli di un unico più grande quadro (come si può ben ascoltare da “Byzantium” e “Oggi i pensieri sono alberi” canzoni unite l'una all'altra dallo stesso tema musicale che si sviluppa però in due porzioni fruibili singolarmente).

I testi come già citato precedentemente sono molto radicati alla tradizione del genere folk, ricchi di richiami sensoriali alla natura, alle radici culturali della nostra terra e non solo, ben sdraiati sopra a musiche che li accolgono accomodanti.

Il forte legame ad un genere come il folk-rock se da un lato rende il disco sicuro di sé e solido, dall'altro potrebbe renderlo poco fruibile a chi non bazzica per quei territori musicali.
Ottimo disco, da ascoltare come compagno di viaggio, o come colonna sonora di paesaggi stupendi .


Giudizio finale: 80/100
Simone Giorgi

venerdì 13 febbraio 2009

Recensione - Le Moire


LE MOIRE
Le Moire
Autoproduzione - 2008

Tracklist:
1. L'uscita
2. Eretici e veleno
3. Danza nel vuoto
4. Ritorno al caos
5. Vuole che sia per me
6. Memory lost
7. Piacere artificiale
8. Le forme dell'inganno

Line Up:
Stefano Invernizzi: Voce, basso
Andrea Invernizzi: Chitarra, cori
Carlo Castoldi: Batteria


Le Moire sono un gruppo di Robbio (Pv) formato nel 2006 sotto il nome di “Nemesi” trasformatosi all'inizio del 2008 ne “Le Moire”

Il disco che porta in calce soltanto il nome del gruppo si presenta con una copertina veramente significativa (tratta da un quadro del cantante Stefano Invernizzi), da un lato per il valore artistico della stessa, dall'altro per l'affinità con il climax del disco.
L'album è registrato e prodotto con una qualità sotto agli standard professionali, con suoni a volte poco definiti e grezzi, ma questo non è sempre un male poiché rafforza l'anima “grunge” del disco (mai sentito Bleach dei Nirvana?), anche se a discapito delle parti più melodiche.

Il disco è suonato in maniera molto sanguigna e gli arrangiamenti sono sempre d'impatto senza mai eccedere in preziosismi tecnici fini all'ostentazione più che alla composizione di un disco.
La voce ha un timbro personale nonostante uno stile che richiama i grandi cantanti grunge ed è molto ben implementata nei pezzi, dando sempre un supporto rumoroso nei pezzi più tirati e melodico nelle parti più musicali.

Grunge, ma non solo. Rock, ma non solo. Il disco, che ad un primo ascolto può sembrare troppo influenzato dai canoni post-grunge, si rivela invece molto profondo e vario, due esempi su tutti la ballata “Vuole che sia per me”e la strumentale “Ritorno al caos” che divide idealmente il disco in due parti, la prima prettamente grunge e la seconda molto più varia.

I testi sono scritti tutti in italiano, una scelta molto pregevole, visto il tenore generalmente molto ritmico dei pezzi, sui quali sarebbe scontato l'utilizzo dell'inglese. I testi sono molto diretti, molto univoci nello sviluppare l'atmosfera del disco, anche se a volte troppo sacrificati all'inveire rapido dei pezzi.

Un bel disco che possiamo etichettare nel calderone del “post-grunge” senza dimenticarne la varietà e la profondità.

Aspettiamo Le Moire al prossimo lavoro, sperando che le varie anime di questo disco prendano forme ancora più definite e si esaltino ulteriormente, magari prodotte un po' meglio.

VOTO: 79/100
Simone Giorgi

mercoledì 11 febbraio 2009

Report - Madame Sadowsky


Madame Sadowsky - Live @ SpazioMusica



Ne è passata di acqua sotto i ponti dall’11 giugno 2006, data della prima esibizione pubblica dei Madame Sadowsky nel cortile del Castello Visconteo di Pavia. Esibizione acerba, ma che aveva fatto intravedere le potenzialità della cover-band pavese.
In due anni e mezzo sono successe molte cose, a partire dal fondamentale ingresso in formazione del tastierista novarese Luca Dassi. Nel corso di una trentina di concerti tenuti non solo a Pavia, ma anche a Brescia, Milano e Torino, il suono si è affinato, la scaletta ha acquisito una fisionomia più coerente e ora si può finalmente parlare di una raggiunta maturità artistica. Se ne è avuta piena conferma dal concerto tenutosi venerdì 30 gennaio scorso a Spazio Musica, storico locale pavese.

Per scelta, il gruppo ripropone i classici della New Wave senza presentare pezzi propri. Ultravox, Depeche Mode, Joy Division, Gary Numan, Japan, Cure, Bauhaus e altri rivivono così iniettati di nuova linfa grazie al già citato Luca Dassi (tastiere), al chitarrista-filosofo Alessandro Peroni, pavese DOC, e soprattutto al cantante Roger Marchi, bresciano di nascita e pavese d’adozione.

La partenza del concerto è un po’ in sordina con Gentlemen Take Polaroids dei Japan, ma già al secondo pezzo, la celeberrima New Gold Dream dei Simple Minds, si capisce che la band è in gran forma. La voce di Roger prende corpo e il numeroso pubblico si trova sempre più coinvolto.
Inutile citare i singoli pezzi eseguiti (alla fine saranno ben 23). L’attenta ricerca del gruppo fa sì che a pezzi noti anche al grande pubblico se ne alternino altri più di culto, per amanti del genere. La band procede senza cedimenti in un continuo crescendo, fino a quella che Roger definisce la “parte dance” del concerto, durante la quale, in effetti, metà del pubblico si ritrova a ballare ai ritmi ipnotici scanditi dall’eccellente programmazione delle percussioni.

Roger, smussati alcuni eccessi notati in passato, si conferma performer di gran razza e si concede generosamente alla platea con voce e atteggiamenti istrionici, perfettamente supportato da Dassi e Peroni, capaci di offrire trame sonore piene e corpose.

Degna conclusione, dopo quasi due ore di musica ad alta energia, una magica versione acustica di Spirit, classico dei Bauhaus, in cui la voce di Roger è accompagnata dalla chitarra acustica dell’ospite Paolo Montenegro, già membro dello storico gruppo wave pavese The Kerouak.
Alla fine, mentre la band canta a cappella “We love our audience”, scrosciano i meritati applausi.

Per saperne di più: www.madamesadowsky.com.
Francesco Beghi