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lunedì 26 gennaio 2009

Recensione - Reverse Angle


REVERSE ANGLE
Back From Elysium
Autoproduzione - 2008


Tracklist:
1.Minor Cod
2.Under Black Fracture
3.Dominant Crimson
4.Medusa


Line-Up:
Gian Marco Babini – Voce
Diego Babini – Chitarra
Federico Alessandri – Basso
Fabrizio Cilindro – Batteria


Prima Demo per i Reverse Angle, frutto di un progetto nato oramai più di quattro anni fa, cresciuto dopo tanti cambi di line up e maturato dopo altrettanti fruttuosi concerti.
I quattro Ravennati propongono un Nu Metal completo e vario, di buona composizione, e di facile ascolto, non originalissimo (non che sia una pecca…) ma mai troppo scontato.

Le quattro tracce presenti esordiscono senza fronzoli, breve intro, riff di chitarra, rullata e sono già risucchiato in “Minor God”, trascinante e potente, molto ben arrangiata, con un crossover di rap, melodico e di urlato nelle giuste dosi. E’ un pezzo che scorre via senza stancare, attraversando vari stadi, varie sonorità, piacevoli i diversi ritornelli che traghettano verso atmosfere più d’impatto, lasciando trasparire un’attitudine sorprendentemente Heavy.


“Dominant Crimson” e “Under Black Fracture” sono di stampo “Stelle e Strisce”, perfette come singoli, con strofe aggressive e ritornelli che ti entrano in testa, e che poi difficilmente se ne vanno.


Il tutto sempre rispettando quell’equilibrio compositivo che contraddistingue “Back From Elysium”.
Chiude “Medusa 2008”, che inganna con la sua prima parte molto melodica (azzeccato l’intro carillon ) ma che smaschera quasi all’improvviso un cuore mosh core vivo e pulsante, un bel muro sonoro, convincente, che quasi matematicamente si adagia su strofa, ritornello e finale.

I Reverse Angle dunque, “sfornano” un buon prodotto finale, molto ben registrato, destinato ad un’ ampia fetta di pubblico. L’accostamento ai primi Papa Roach è di dovere, specialmente come riff ed interpretazione vocale, ma il tutto suona comunque personale e non risulta mai banale.

Molto bene la sessione ritmica di Fabrizio e Federico, precisa, con i giusti accenti. Le chitarre di Diego sono molto ben studiate in ogni loro parte, arrangiate con gusto, ma soprattutto molto aggressive e potenti.


Gian Marco mette la ciliegina sulla torta, compito non facile data la qualità musicale dei suoi compagni. Un ottimo timbro sulle parti melodiche e rap ed un urlato aggressivo quasi Hardcore.

Giovane line-up con un progetto ambizioso e valido, da costruire sopra questa solida e convincente prima Demo autoprodotta, registrata al Fear Studio di Alfonsine (Ra).


Voto: 77/100

Marco "Zeeo" Fasce

giovedì 22 gennaio 2009

Marlene Kuntz - Si Riparte da UNO


Marlene Kuntz
Uno
2007 - Virgin


Tracklist:
- Canto
- Musa
- 111
- Canzone Ecologica
- Fantasmi
- La Ballata dell’Ignavo
- Abbracciami
- Sapore di Miele
- Canzone Sensuale
- Negli Abissi fra I Palpiti
- Stato d’animo
- Uno



Come da tradizione, l’uscita di un nuovo album dei Marlene Kuntz, riesce sempre a suscitare curiosità, discussioni, a puntare le luci su di sé, e a risvegliare di nuovo l’animo dei propri fan che hanno dovuto, con non poca difficoltà, accettare i continui cambiamenti di questa magnifica creatura di nome Marlene.


Si, perché lei, Marlene, si diverte, gioca, si rivoluziona, cerca sempre di svelare lati sempre più nascosti di sé, della sua interiorità, per sperimentare e poter dare una direzione al proprio lavoro e per portare sempre più in là i propri limiti artistici, facendo in modo che i seguaci che hanno, con un po’ di problemi, accettato un cambiamento radicale che prende il nome di “Bianco Sporco”, si trovino di fronte ad un nuovo bivio e ad un nuovo cambiamento. Scordatevi capolavori quali “Cenere”, “Il Vile”, l’agressività de “Le Putte”, il noise di “Sonica”, le atmosfere cupe di “Un Sollievo”; con l’uscita di “Uno”, Marlene segna il punto definitivo di svolta, trasformando la crepa già esistente tra “Catartica” e “Bianco Sporco”, in un abisso, dando la possibilità a chi era in bilico, con un piede da una parte e uno dall’altra, di accettare questo cambiamento, questa metamorfosi che sembra essere stata metabolizzata da Marlene, o cadere nel baratro, e accantonare per un po’ il gruppo che era stato etichettato già da tempo, madre del rock italiano, mano per mano con gli Afterhours.


Proviamo invece a lasciare il passato, e a godere ogni istante dell’evoluzione di Marlene, per capirne la crescita e imparare ad ascoltare NON quello che vogliamo sentire noi, ma ciò che Godano & Co. vogliono comunicarci, e analizziamo questo nuovo, fantastico, capolavoro.


Innanzitutto ci troviamo davanti a una formazione insolita, con l’assenza, per lo meno dalla line-up ufficiale, del mèntore marleniano Gianni Maroccolo, che possiamo trovare solamente in relazione alla produzione artistica e degli arrangiamenti, sembrando a tutti gli effetti estraneo dalla formazione ufficiale. La cosa che salta più all’occhio di questo nuovo album è la figura di Cristiano Godano, nuovo cantante dei Marlene Kuntz. Scordatevi del “vecchio” Cristiano, che si contorceva e urlava, infiammando i palchi d’Italia; ora ci troviamo davanti a un Cristiano semplicemente stupefacente. È, infatti, da sottolineare e da ammirare l’immane lavoro che Cristiano ha fatto, un cambio radicale di registro della sua voce, riuscendo a dare un’incisività particolare alle liriche e alle atmosfere della nuova Marlene.


Tutto ciò ci fa rendere conto di trovarci davanti a un artista immenso, degno e veramente meritevole di questo titolo. Brano scelto per l’apertura di questo nuovo lavoro ricco di collaborazioni illustri è “Canto”: brano che parte lentamente, su giri morbidi, che sfociano in un riff di basso e chitarre dalle note ammalianti, interpretato con delicatezza da un eccezionale Godano, con risultati strabilianti.


Oltre alla collaborazione illustre di Paolo Conte al pianoforte nel secondo brano intitolato “Musa”, troviamo la partecipazione di Greg Cohen, bassista di Tom Waits, e della fantastica voce di Ivana Gatti, che si presta nei contro canti di “111”, il brano forse più violento presente in questo album, ispirato al burrascoso rapporto uomo – donna durante un matrimonio finito in tragedia.


La sperimentazione e il racconto dello sviluppo di Marlene continua, e si espande visitando terreni sconosciuti fino ad ora dalla vera essenza marleniana, Cristiano, Luca, e Riccardo; qualche primo accenno di rock lo troviamo solo con “Sapore di Miele” e in “Fantasmi”, canzone molto intensa in cui spicca l’odio e la repulsione verso il passato, lasciano trapelare dalle sue note coinvolgenti anche una leggera linea gotica; ma troviamo anche ballate, come “Canzone Ecologica” o “Canzone Sensuale”, e addirittura la Bossanova, con “Negli Abissi tra i Palpiti”, suscitando al primo ascolto qualche perplessità, ma facendo un’analisi imparziale del pezzo in sé, sono stati ricavati dei buoni risultati.


“Uno” significa punto di partenza, un nuovo inizio segnato dalla voglia di scoprirsi sempre di più, di dare alla propria arte una denominazione sempre diversa, per fare in modo che ogni nuovo lavoro sia una creazione a parte, una raccolta di emozioni, parole, melodie, e sonorità sempre nuove.


Ad un primo ascolto, “Bianco Sporco”, ha provocato in me qualche dubbio e qualche perplessità, riuscendo ad apprezzare solamente dopo tempo, il grande sforzo e il vero obiettivo che questi ragazzi stavano cercando di raggiungere. In questo caso mi sono trovato davanti alla medesima difficoltà, ma ho cercato di accantonare lo spirito Catartico veglio in me già da parecchio tempo, e vedere il tutto con un occhio imparziale verso le persone che hanno segnato la mia adolescenza, facendo in modo di dare meno retta possibile alle considerazioni di fan, ma lasciare spazio al disco, farlo parlare. Non si può trovare in ogni nuovo disco la nuova “Nuotando nell’aria”, ma ogni singola perla che la statuaria bellezza di Marlene ci regala è speciale perché è a sé, a parte, discostandosi da tutti i canoni di qualsiasi genere.


Fu ormai parecchi anni fa che venni a contatto con questo progetto con una direzione precisa e definita, che negli anni non è variata, anzi, è stata ulteriormente marcata, e da quel giorno me ne innamorai, e divenne per me trascinante e contagioso nel tempo, nonostante tutti i cambiamenti che sono stati portati. Per i Marlene Kuntz il tempo cambia, e loro cambiano con esso, ma come in un album di fotografie, ci si guarderà indietro, e si riassaporeranno i momenti e le emozioni passati, chiudendo gli occhi, e facendo fermentare i ricordi. Mai niente che potrete leggere o sentir dire riguardo a questo disco vi potrà fare capire cos’è accaduto ai Marlene Kuntz, ma sicuramente, oggi è trascinante e splendida più di un tempo, con la maturità e l’esperienza che ne hanno fatto regina, nella sua statuaria bellezza.


Simone "Keff" Caffi

martedì 20 gennaio 2009

Recensione - 2 Novembre


2 Novembre
Bellorio
2008 - Elevator


Tracklist:
- GMB
- Giuro (che un giorno o l'altro ti uccido), Amore
- Estromessi
- Lucky
- King Buzzo
- C'è Frenesia Là In Fondo
- Sestito
- Ultima
- Rosa Shocking
- Caldo Quanto Estremo


Line Up:
- Emanuele Pecollo: Chitarra - Voce
- Valentina Di Maggio: Basso
- Davide Di Maggio: Batteria


I 2 Novembre si affacciano al debutto discografico con Bellorio, album formato da dieci brani, prodotto da Elevator Records, etichetta che da diverso tempo opera nel mercato indipendente italiano.
Questa band nasce a Genova, città che da svariati anni produce gruppi di ottimo livello consegnando in eredità al povero panorama musicale nostrano dei prodotti di ultimo livello, basti pensare la consacrazione, su tutti, di Vanessa Van Basten e Stalker.

Il terzetto genovese occupa nello spazio e nel tempo uno strano mix di melodie e atmosfere che ricordano il grunge di metà anni '90, periodo nel quale in Italia iniziavano a mettersi in luce band del calibro di Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, che usavano la lingua madre come principale strumento comunicativo per la propria musica.

Somiglianze nello stile Verdeniano si notano ad una prima occhiata dalla formazione, power trio formato da Chitarra-Voce, Emanuele Pecollo, autore oltresì dei testi, e groove potente e ben rodato tra batteria e basso, per un reparto ritmico "in famiglia", Davide e Valentina Di Maggio; oltre che per collaborazione di Jestrai per quanto riguarda la distribuzione.

Caratteristica particolare di Bellorio è un grande utilizzo di testi stralunati e stravaganti, vedi l'opener GMB, di ispirazione Alice In Chains o la seconda traccia Giuro (...), Amore, brano dalla valenza ambigua contornato da una scelta ritmica molto semplice e di facile ascolto; allo stesso tempo miscelati con lunghe parti strumentali, sottolineando grande coscienza musicale in apparente contrasto con tematiche ed episodi adolescenziali.

La vera anima stoner dei 2 Novembre è ben visibe e palpabile in episodi come Lucky, con un timido velo psichedelico a completare il quadro, King Buzzo, brano impetuoso e sperimentale dedicato al leader dei Melvins, Buzz Osborne, per concludere con C'è Frenesia Là in Fondo, il pezzo più riuscito dell'intero Bellorio, passando per la rabbia pura e diretta di Ultima "Merda! Merda! Te lo dico in faccia, Muori!", per chiudere con Rosa Shocking, in un abbraccio di suoni tra Sonic Youth e Pink Floyd, fino a giungere a Caldo Quanto Estremo, abbandonando definitivamente la struttura stoner del pezzo, aggiungendo una traccia nascosta, che esce allo scoperto solamente dopo l'ottavo minuto.

In conclusione, Bellorio, opera prima dei 2 Novembre, è un lavoro sicuramente valido e maturo, nato forse un pò in ritardo in relazione alla sfera musicale attuale, ma che comunque può essere definito come una buona produzione, basato su standard medi.

Molto materiale su cui lavorare e sul quale poter costruire le fondamenta per un solido futuro.


VOTO: 73 / 100


Simone "Keff" Caffi

Intervista - Gli Atroci



Gli Atroci sono ormai un'istituzione del rock "demenziale" degli ultimi anni, che vantano migliaia seguaci in tutte le parti d'Italia, uniti nel nome del Metallo.

Abbiamo avuto una conversazione surreale (per noi terrestri) con Il Profeta, voce e leader storico degli Atroci, che ci ha svelato alcuni segreti della loro missione sul pianeta Terra per salvare gli umani dalla "mosceria" musicale dilagante.

Quando sono nati gli Atroci? Da dove vengono?
Gli Atroci non sono mai nati ma sono sempre esistiti.
Siamo creature che vivono nella quinta dimensione e che si beano di fluttuare nel metallo, di cui è composta questa quinta dimensione.

Quando è iniziata al vostra missione sulla Terra?
Diciamo 15-20 anni fa.

Come avete deciso di intraprendere un progetto così ambizioso come quello di ristabilire la supremazia del metallo sulla Terra?

Un giorno abbiamo esaminato dall'alto cosa succedeva sul pianeta Terra e abbiamo visto che era pieno di porcherie musicali: liscio, techno, cantautori, Sanremo... Abbiamo capito che dovevamo intervenire e riportare il Verbo anche sulla Terra, anche col rischio di perderci in queste schifezze.
La nostra è stata un'opera umanitaria.

Secondo il Profeta è cambiato qualcosa da quando sono arrivati gli Atroci?

Noi stiamo sconfiggendo tutti i nemici fino all'ultimo dimostrando che non si può prescindere dal Metallo.

Avete trovato molti seguaci durante la vostra missione?

Sì un esercito. In più il nostro seguito è totale. Abbiamo anche sacche di resistenza in tutto il mondo, in Italia poi non ne parliamo. I nostri seguaci sono devoti in tutto e per tutto al Metallo

Ma c'è qualcuno sulla Terra che a cui vi siete ispirati?

Diciamo che sono gli altri che si ispirano a noi..

Ovviamente...

Avete fatto un album nel 1999 e uno nel 2004. Ci sono progetti futuri? Puoi darci qualche anticipazione?

Stiamo lavorando a un terzo album, che contiamo di pubblicare nel 2009.
Le registrazioni sono a buon punto. Poi passeremo al missaggio e al mastering, ma ci auguriamo di finire il tutto entro il 2009.

Si sa già il titolo?

Di titoli ne abbiamo diversi ma siccome nessuno ancora è definitivo preferisco non anticiparvi niente.

Nel prossimo album compaiono nuovi personaggi? Ci suono nuove storie da raccontare?

C'è un personaggio nuovo nel prossimo album e qualche novità che non vi svelo…

Ci sorprenderete anche nei prossimi live?

Per il momento stiamo facendo girare uno o due pezzi del disco nuovo. Le grandi novità saranno all'uscita del prossimo disco.

Le esperienze che raccontate nelle vostre canzoni sono esperienze di vita vissuta? Persone che esistono veramente?

Sì sono personaggi che tutti potrebbero conoscere e incontrare al bar

Per esempio Alvaro il metallaro...è stato ispirato da un vero Alvaro il metallaro?

Sì certo. Facciamo questo per tenere un maggior contatto con le persone normali.
Ci ispiriamo assolutamente alla realtà sennò sembriamo un gruppo creato dall'alto.

Agli Atroci si sono aggiunti nuovi componenti, mente qualcuno se n'è andato nel corso degli anni. Dicci qualcosa di loro..

Con questa formazione andiamo molto d'accordo e ci troviamo molto bene. E' la stessa formazione da 2/3 anni circa C'è un buon equilibrio nel gruppo.
Gli altri componenti che non vedete più sul palco in realtà sono partiti per missioni segrete e sono in giro per il mondo a diffondere il verbo.
Li consideriamo una sorta di turisti del metallo.

Come vi siete divisi i compiti? Si legge nella vostra biografia che prima di scendere sulla Terra non vi conoscevate tra di voi ma siete stati reclutati in nome della missione suprema?

E' stato il Metallo che ci ha scelti e plasmato a sua immagine e somiglianza.

Ognuno ha una missione ben precisa all'interno del gruppo, un fine ultimo nella vostra discesa sulla Terra?

C'è una missione ultima nell'universo che è quella di portare la supremazia del metallo ovunque.
All'interno della missione suprema ci differenziamo per per attitudini e qualità

Cosa ne pensi dei gruppi internazionali che si travestono in scena e che impersonificano mostri del metallo tipo Rob Zombie e Lordi ?

La differenza tra noi e loro è che noi non ci travestiamo ma siamo nati così. Comunque stimo molto quei gruppi, sono dei bravi ragazzi che si impegnano a loro modo nel diffondere la voce del metallo.

Altri sulla terra che portano avanti la vostra stessa missione e che apprezzate particolarmente?

Coloro che si impegnano nella profusione del metallo hanno il nostro plauso.
Possiamo andare dai Manowar fino ai gruppi estremi norvegesi, purché credano nel metallo

E della nuova leva cosa vi piace?

Ascoltiamo ogni ordine e grado del metallo, dai gruppi di una volta, fino ai gruppi "di cantina". Non facciamo distinzioni.

Nell'album "L'armata del metallo" avete avuto ospiti illustri come Pino Scotto e Michele Luppi. Come sono nate queste collaborazioni?

Con Michele Luppi è stata una rimpatriata in quanto siamo amici di vecchissima data.
Pino Scotto invece ci è stato presentato da una conoscenza comune e devo dire che è nato un buon feeling fin da subito. Pino è una persona amichevolissima, cordiale e disponibile e in modo naturale è nata questa collaborazione. E' stato un pomeriggio in studio in cui ci siamo divertiti un sacco.
Poi è anche salito con noi sul palco in occasione della presentazione dell'album a Milano nel 2004.

Sulla terra avete anche fondato la vostra etichetta, la Goat Records..

Sì la Goat Record è un'etichetta dedicata esclusivamente alle nostre produzioni.
La nostra società di produzione si occupa anche di altri progetti e altri gruppi, per noi ha riservato la Goat Record appunto.
Nel prossimo album però cambieranno alcune cose, in quanto al momento abbiamo trattative in corso ed è cambiato lo staff di produzione.
Ora lavoriamo a Firenze e non più a Milano per esempio

Cosa fanno gli Atroci quando scendono dal palco?

Delle volte amiamo travestirci da persone normali, per passare totalmente inosservati e attaccare il sistema dall'interno...
Tra un concerto e l'altro alcuni giorni andiamo a fare la spesa all'ipermercato, andiamo a pagare una bolletta in posta, guardiamo la sera il telegiornale.. come voi mortali terrestri

Vuoi aggiungere qualcosa?

Un augurio ai lettori-visualizzatori di Rock Pv e OkMusik
Vi auguro un calorosissimo 2009 pieno di birra, borchie e catene!!!!!!!!


Barbara Origgi


Trovi questa intervista anche su OkMusik.com

lunedì 19 gennaio 2009

Recensione - Nafoi


Nafoi
Nafoi
2008 - Orquestra Records


Tracklist:
-Guerrieri
-Second Life
-Ti Devi Muovere
-Introinsetto
-Insetto
-Non Oso Parlare
-Il Silenzio
-Poeta
-Non Ho Voglia
-In Circolo
-Essenziale
-La Verità

Line Up:
-Edoardo Faravelli – Chitarra, Programmi
-Elio Ippolito – Basso
-Fabiano Moda – DJ
-Renato Ferreri – Voce


Dopo una frenetica attività live che ha portato la band a suonare su svariati palchi pavesi e lombardi, i Nafoi, gruppo nato nel 2007 dopo lo scoglimento degli Amniotika, band elettronica nella quale già militava all’epoca gran parte della line-up attuale, si presentano al grande pubblico con il primo vero e proprio album LP in studio, dal titolo omonimo.

Punti di forza del quartetto pavese sono sicuramente l’uso dell’elettronica per giungere ad un sound che sfiora leggermente le atmosfere cupe e violente, proprie della scena Industrial, senza però sconfinare nei territori EBM, rimanendo così in un contesto più semplice e diretto; unito a una parte melodica ricca di linee vocali mai scontate o banali.

Punto a favore di questa band e del loro primo full-lenght in studio è una grande malleabilità dal punto di vista sonoro e melodico, mostrando molta coscienza musicale, sfruttando e sperimentando al meglio le varie sfaccettature del genere musicale che propongono.

Opener dell’album omonimo della band pavese è Guerrieri, brano introduttivo che fa da tramite al viaggio all’interno della sfera Nafoi, che trova il pieno della sua espressività con Second Life, brano nel quale è forte la presenza di un basso pieno e potente, e chitarre distorte, che trovano grande affinità con l’elettronica, che trova molta concentrazione ed evidenza in molte tracce del disco, soprattutto in Introinsetto, preludio alla disillusa Insetto, nella movimentata Ti Devi Muovere, e la penultima traccia, Essenziale.

Feeling elettronico che trova il pieno della sua forma dal vivo, con una grande teatralità grazie all’utilizzo degli effetti e della console, che riescono a bilanciare la presenza fuori scena della batteria.

In conclusione, Nafoi è un album di facile ascolto adatto a tutti i tipi di ascoltatore, anche alle persone non appassionate del puro stile industrial, grazie alle numerose inflessioni tipicamente rock nella struttura e nella composizione dei testi. Un album sicuramente valido, merito anche di una registrazione di qualità assolutamente sopra la media nazionale nel campo delle etichette indipendenti.

VOTO: 77/100

Simone "Keff" Caffi

domenica 18 gennaio 2009

Recensione - Over The Trees


OVER THE TREES – The Yellow
Autoproduzione - 2008



Tracklist:
01 - Lover
02 - Father’s Song
03 - Choose


Line Up:
Matteo Mainardi: Vocals
Gianmarco Tondù: Guitar
Michele Sfondrini – Bass
Massi Palmirotta - Drums



The Yellow, un breve promo di sole tre tracce, è il primo lavoro in studio dei pavesi Over The Trees.


Dai pochi pezzi presenti, si può notare come l’ influenza più grande siano i Pearl Jam, e viene quasi naturale inserire il gruppo in quel filone post-grunge melodico che ha in Nickelback, Seether, Stone Sour e Alter Bridge come esponenti più famosi (questi ultimi eredi dei Creed, forse anticipatori di questa tendenza), anche se qua manca la tipica produzione patinata e plasticosa e si può così notare un tentativo di riavvicinamento al sound più grezzo degli anni ’90.


L’ idea alla base del progetto sta proprio nel voler fondere la melodia con il muro sonoro delle precedenti esperienze musicali dei componenti del gruppo, e alla fine tutti e tre i pezzi si configurano allo stesso modo, con strofe più tranquille ricche di arpeggi e ritornelli più rumorosi (anche se sempre abbastanza controllati).


Se “Father’s Song” è una ballata elettroacustica, in forte stile Pearl Jam, con la voce troppo attenta ad impersonificarsi in Eddie Vedder (impresa logicamente ardua…), la conclusiva “Choose” ha invece nel ritornello il momento più pesante del cd. L’ iniziale “Lover” è da vedersi come una mediazione degli altri due pezzi, e si configura più sul frangente pop-rock, completamente incentrato sulla melodia vocale, forse troppo, anche se a sostegno troviamo un buon ricamo fra il lavoro della sezione ritmica e gli arpeggi della chitarra.


Le idee del gruppo sembrano molto chiare, ma l’ impatto e l’incisività dei pezzi non sono sempre all’ altezza (colpa forse di un genere abbastanza inflazionato in cui è difficile spiccare).


Per giudizi più accurati però bisogna logicamente aspettare un lavoro con una maggiore quantità di pezzi.

VOTO: 62/100


Sebastiano Leonida Bianco

domenica 11 gennaio 2009

Recensione - Allan Glass


ALLAN GLASS – Stanze con Crepe
Autoproduzione - 2008


Tracklist:
01 - Mahamood
02 - Radio Londra
03 - Adelaide
04 - Syà
05 - Stanza con Crepe
06 - Deravaun Seraun


Line Up:
Marco Matti: Guitar/Vocal/Synth
Jacopo Viale: Drum/Drum machine/Keyboard



Gli Allan Glass sono un duo di Pontecurone, che, considerando il raggio di azione dell’ attività live, si può accorpare tranquillamente alla scena pavese; una giovane proposta creata dal chitarrista/cantante, Marco Matti, e dal batterista Jacopo Viale, che nel 2008 partorisce il primo lavoro in studio, “Stanze con Crepe”.


La proposta musicale è basata principalmente sulla psichedelia, con a tratti aperture verso sonorità più noise e qualche spruzzo di elettronica (entrambi si dilettano nell’ utilizzare synth, tastiere e campionamenti vari), mentre il tutto viene allungato e distorto a piacimento in lunghe improvvisazioni lisergiche (con un tocco quasi kraut che non guasta), oppure concentrato in pezzi dove viene ancora adoperata la più convenzionale forma canzone.


Il disco è stato interamente registrato in presa diretta (ad eccezione della voce) e il sound ne risulta decisamente sporco ed abrasivo. Molto probabilmente gli Allan Glass hanno deciso di fare necessità virtù, non essendo logicamente in possesso dei mezzi per una registrazione di grande qualità, hanno puntato forte sul lato più low-fi della proposta, facendone una bandiera. L’ idea funziona abbastanza, non fosse proprio per la voce, che pare davvero troppo slegata dal contesto musicale si cui si staglia.


Ma anche al dì là del discorso sulla produzione, rimane il punto debole del disco, non tanto per una mancanza di talento, quanto per una mancanza di convinzione nei propri mezzi: di cantanti suonatissimi ne abbiamo sentiti anche di molto peggiori, ma sopperivano alla mancanza di talento con una aggressività e grinta senza pari, una capacità di sbatterti in faccia a mo’ di sfida la propria voce sgraziata e fastidiosa… Qua invece più che mancanza di doti vocali c’è un eccessiva timidezza che penalizza, purtroppo, il risultato complessivo.


Anche considerando il numero e la qualità di idee che possiamo trovare nei vari pezzi, che giocano su riff scarni ed abrasivi, ritmiche a tratti quasi tribali, lunghe jam lisergiche.


Il lato più psichedelico e dedito all’ improvvisazione è ben messo in luce in “Radio Londra” e “Deravaun Seraun”: la prima, un collage di 10 minuti di vari bozzetti vuoi psichedelici, vuoi vagamente funky, vuoi puramente ritmici, vuoi più elettronici, il tutto abbastanza slegato fra le parti; la seconda, unico pezzo interamente strumentale (guarda caso, probabilmente il migliore) spinge ancora di più sul tasto kraut, con una buona presenza di effetti e synth ad ornare il tutto.


Fra le canzoni più semplici spiccano “Adelaide”, altro buon brano dal forte sapore scapestrato alla Dinosaur Jr., e l’ iniziale “Mahamood”, che ha come arma principale un riffing semplice, grezzo ed immediato, che rimanda allo stoner rock più lisergico e crepuscolare (quello dei Kyuss più ombrosi e dei, purtroppo, molto meno conosciuti Los Natas).


La breve titletrack è una scheggia noise con percussioni tribali e riffing semplice e rumoroso, mentre “Syà” rappresenta la fusione fra le due facce del disco, con un incipit molto melodico che lascia presagire al pezzo più pop del lavoro, tradisce queste aspettative sfociando in una lunga coda di rumore psichedelico.


Il debutto degli Allan Glass è ancora carico di piccole ingenuità e imperfezioni, ma lascia trasparite bontà di idee ed entusiasmo, e pure qualche pezzo che funziona bene. Attendiamo un ulteriore crescita dei ragazzi.

VOTO. 65/100


Sebastiano Leonida Bianco

martedì 6 gennaio 2009

Intervista - White Lion


Da Pavia passano anche le rockstar internazionali e Rock PV è andata a intervistarle.
Arrivano in Italia per tre date con il tour "Return of the pride 2008", i White Lion, uno dei gruppi hard rock più famosi degli anni '80-'90, ma oggi purtroppo, conosciuti solo dagli irriducibili fan del glam ed hair metal.
Della formazione originale già da tempo è rimasto solo il cantante Mike Tramp, che, dopo aver intrapreso un progetto parallelo (i Freak of Nature), la carriera solista e diversi tentativi di riformare la band, recluta nuovi musicisti deciso a riportare in giro per il mondo i successi dei White Lion. L'attuale line up è composta da 5 elementi: oltre a Mike (voce e chitarra), Jamie Law (chitarra), Troy Patrick Farrell (batteria), Claus Langeskov (basso), Henning Wanner (tastiera). Proprio nel 2008 ha è stato pubblicato un album di inediti, il quinti dei White Lion dal titolo abbastanza evocativo "Return of the pride".
Abbiamo incontrato i White Lion al Park Hotel di Salice Terme prima del concerto al Thunderroad di Codevilla (PV) e abbiamo scambiato quattro chiacchiere col batterista Troy Patrick Farrell, giovane ma con un lungo curriculum alle spalle. Ci siamo dovuti accontentare di vedere Mike Tramp, solo di sfuggita, che da navigata rock star, ha bisogno di concentrazione prima dello spettacolo.
Troy è simpatico ed è il classico rocker losangeleno. Ci assicura che risponderà a qualsiasi domanda, anche a quelle riguardanti Mike.

Ciao Troy, parlaci del tuo incontro con Mike Tramp e di come hai iniziato questa avventura nei White Lion?
Io e Mike ci siamo conosciuti nel 2001 durante il suo solo tour in Europa e Australia quando lui stava cercando dei musicisti che lo seguissero in questo progetto solista.
Nel 2004 decise di rimettere insieme i White Lion nella loro formazione originale e chiese a Vito Bratta, il chitarrista storico della band, se voleva raggiungerlo, ma Vito rifiutò. James Lomenzo, il bassista, e Greg D'Angelo, il batterista, erano più possibilisti, ma in quel momento stavano collaborando con David Lee Roth e con i Pride & Glory di Zakk Wylde e quindi decisero di rinunciare.
Mike allora pensò di reclutare nuovi musicisti e, al momento di cercare un batterista, chiese a me, che appunto avevo suonato con lui nel 2001.
Poi trovò Jamie Law alla chitarra, dall'Australia, Claus, il bassista, dalla Danimarca, che lo aveva affiancato nel tour del 2004. E infine Henning, il tastierista, che suonava per la stessa etichetta, il qual più volte aveva espresso la volontà di suonare con Mike Tramp. "Mike non ha mai fatto un tour in Europa. Chiamatemi se avete bisogno di un tastierista"
E così Mike decise che questa formazione era ciò che più si avvicinava alla sua nuova versione dei White Lion.

Con chi hai suonato in precedenza?
Praticamente con tutti: Jani Lane degli Warrant, Mick Sweda dei Bullet Boys,
Gilby Clarke dei Guns n' Roses e tanti altri. Qualcuno magari penserà che sono un mercenario…

Con quale band ti sei trovato meglio?
Tra gli altri ho suonato con Donnie Vee degli Enuff z'nuff. Credo che abbia veramente un grande talento. E' un po' pazzo ma ha veramente del talento. Penso sia questo il progetto in cui mi sono più divertito a suonare, le canzoni erano molto belle inoltre sono stato da sempre un fan degli Enuff z'nuff.
Poi ho suonato con i Gene loves Jezebel, un gruppo completamente diverso ma altrettanto interessante. Loro fanno una sorta di goth, punk, dalle sonorità molto british, molto UK style. Io ho suonato con Michael Aston, uno dei fratelli fondatori dei Gene Loves Jezebel quando aveva deciso di riproporre una sua versione dei Gene Loves Jezebel (l'altro fratello Jai Aston, per divergenze musicali, aveva fatto altrettanto con altri musicisti).
Poi li ho lasciati per suonare coi White Lion.

Con chi ti piacerebbe suonare?
Con Bret Michaels.

Che differenze hai trovato tra il solo tour di Mike Tramp e la nuova versione dei White Lion?
Sono due situazioni completamente diverse. Soprattutto per l'approccio e le finalità del gruppo.
Nel 2001 con il solo tour di Mike Tramp, Mike suonava le canzoni di sempre come "Little fighter" e "When the children cry" ma l'impatto era molto più "cantautorale", un po' alla Bryan Adams, un po' alla Bruce Springsteen, molto intimista. In alcuni momenti Mike imbracciava la chitarra e suonava dei brani anche in versione acustica .
Ora invece il progetto è incentrato molto sulla performance e lo spettacolo sul palco. Ha molta importanza il concetto di band e quindi anche il coinvolgimento del pubblico, il feeling tra i musicisti. Sono queste le cose che eccitano ed emozionano il pubblico.
Non è l'eye-liner o i vestiti colorati che fanno la differenza, ma proprio l'approccio al rock'n'roll.

Nel terzo millennio c'è un futuro per l'hard rock e l'hair metal?
Per quanto ci riguarda questi anni sono stati molto intensi a livello di live show. Anche per il 2009 stiamo già definendo delle date: in USA per la terza edizione del Rocklahoma Festival, per il South Dakota rock fest e per il Milwaukee metal fest.
Lo scorso anno abbiamo suonato al Rock The Bayou festival che parte da Houston Texas e in diversi festival in giro per l'Europa.
Forse nel terzo millennio per le band che suonano hard rock sarà difficile firmare un contratto per la produzione di nuovi album, ma ci sono tante opportunità di suonare in giro e di riproporre il vecchio repertorio. Forse ci saranno altri musicisti sul palco, forse le persone che hai davanti non sono più le stesse degli anni '80, ma per tutti c'è la possibilità di andare a uno show pensando di tornare indietro nel 1987 per un'ora.
E' anche questo lo scopo dei grandi festival rock.
Probabilmente non vedo nel futuro molte vendite di dischi hard rock, ma assolutamente molte possibilità di suonare in questi show.
Girando per il mondo siamo stati a Tokyo: lì i ragazzini hanno riscoperto il glam, anche nel look e se ci pensi loro come tanti altri, hanno ancora la possibilità di andare a uno show dei Faster Pussycat 20 anni dopo e sentirli ancora dal vivo.
Heavy metal, hard rock, glam rock…questi festival sono i posti per farli rivivere.

Nei vostri show quanto spazio hanno le nuove canzoni dei White Lion? Ci parli dell'ultimo album "Return of the pride"?
In aprile è appunto uscito "Return of the pride", primo album dei nuovi White Lion dopo 17 anni e con la nuova formazione.
Ed è in cantiere anche un nuovo album per il prossimo anno.
Nei nostri show lo scopo è di riproporre i vecchi successi, ma anche di far ascoltare le cose nuove.
La gente ovviamente vuol sentire "Wait", "El Salvador", "When the children cry", ma le riproponiamo in una nuova veste.
Non puoi comunque ingannare il pubblico fingendo di essere la vecchia band. Le cose sono cambiate e quindi è anche giusto mostrare quello che noi siamo pur riproponendo le vecchie canzoni. Le facciamo a modo nostro, senza copiare lo stile dei vecchi musicisti.
Quando è uscito "Return of the pride" volevamo dire: i White Lion continuano a suonare e produrre musica ma 20 anni più tardi, quindi con i cambiamenti musicali e personali che sono successi
Non possiamo fare una un'altra "Wait" o un'altra "Broken heart" o una loro brutta copia. Ma allo stesso tempo non dobbiamo cambiare la nostra musica secondo il gusto di oggi: non siamo i Nickelback, siamo pur sempre i White Lion.
Girando l'Europa, il Sudamerica, gli USA, da aprile abbiamo visto la gente chiedere e cantare anche le nuove canzoni come "Dream" o "Sangre de Cristo" e tutto questo ci ha fatto un enorme piacere.
La vera sfida per noi è farci apprezzare per come siamo ora, perché la gente non ti crede se fingi di essere sul palco quello che non sei.
E' cambiata la chimica tra noi, ci sono nuovi componenti nella band, non c'è più una personalità come Vito Bratta, e Mike Tramp è comunque il 50 % della band.
Vediamo cosa succederà.
Vogliamo divertirci e proporre anche cose nuove che progressivamente la gente sta imparando conoscere ed apprezzare.

Dove avete trovato il pubblico più caldo?
Per un musicista che viene da gli USA i fan sono veramente grandiosi in Europa e in Sud America.
I fan dei White Lion sono veri fans, ci seguono dai primi tempi e hanno tutti gli album.
In Sudamerica abbiamo trovato 500 persone che aspettavano di ascoltare il sound check o che stavano per ore esaltate fuori dall'edificio per vedere i propri beniamini. Negli States forse vedi un solo fan fare queste cose.
Negli States la gente è più riservata, si siede ad ascoltare i concerti con le braccia incrociate. Ascolta la musica ma non si diverte veramente.
E poi è tutto molto casuale, i ragazzi vengono a vedere lo show solo se il giorno dopo non devono andare a scuola.
In Europa e Sudamerica i fan vanno agli show e non ne vogliono perdere uno.
La musica e l'hard rock sono seguiti con più passione fuori dagli USA, anche se tutti in USA vogliono fare musica.

Ma perché è diverso il modo di "sentire" la musica?
In Houston abbiamo suonato per 50 persone ma queste persone picchiavano duro.
Ovunque in Sudamerica o in Europa almeno 200 persone non vedono l'ora che tu arrivi nella loro città.
Anche in Danimarca abbiamo trovato ragazze ci hanno seguito in tutti gli show.
In Usa non ci sono persone che volano da NY a Las Vegas a Denver per vedere un tuo show.
Forse perché nessuno è profeta in patria.

Cosa ne pensi delle reunion soprattutto nell'hard rock?
Per i Mötley Crüe è stata una vera reunion. Per i White Lion no.
Lomenzo è ancora molto vicino a Mike ed è ancora uno della band, ma è impegnato con altri progetti, con Zakk Wylde, David Lee Roth e Megadeth. In ogni modo sarebbe disponibile qualora Mike gli facesse una telefonata.
Ma Vito non è mai stato d'accordo a rimettere insieme la band, nemmeno quando Mike tentava di riformarla.
Tutti dicevano a Mike "Tu sei la faccia e la voce dei White Lion, rimetti insieme la band e vediamo cosa succede" e così Mike la riformò senza gli altri membri.
Per quanto riguarda la mia opinione sulle reunion,
Io sono cresciuto ascoltando i Mötley Crüe e mi piace rivederli suonare insieme.
Rivedere Tommy Lee suonare è sempre un piacere.
So che anche Ronnie James Dio è tornato sulle scene ed è in tour in questo momento e sta andando bene.
Perché no? E' un modo per risentire i leggendari gruppi hard rock anche oggi dal vivo e non solo sui dischi.
Le reunion sono anche una buona occasione per far rincontrare vecchi fan e rivivere le situazione tipicamente rock'n'roll. Ai concerti dei White Lion, degli AC/DC, dei Bon Jovi tutti ascoltano la stessa rock station, bevendo birra, prima dello show e tutti si conoscono.
Noi siamo fortunati a vivere questo momento questo momento e ad avere la possibilità di vedere i gruppi storici dell'hard rock.

Per quanto riguarda Mike, come sono i rapporti con gli ex White Lion?
James Lomenzo e Mike si sentono ancora, sono in buoni rapporti.
Greg D'Angelo ora sta suonando con i Britney Fox, ma non credo che si senta spesso con Mike.
Con Vito invece si sentono solo attraverso gli avvocati.
Vito aveva citato Mike durante il tour con i Poison per l'utilizzo del nome White Lion. Lui non vuole fare un tour con i White Lion ma non vuole che nessun altro faccia un tour con il nome White Lion.

Qual è lo show più bello in cui ti ricordi di aver suonato?
Ce ne sono alcuni, ma penso la prima volta che abbiamo suonato al Bang your head festival in Germania nel 2005.
Eravamo stati invitati come special guest insieme agli Hanoi rocks e ai Twisted Sisters. Ci avevano chiamato di martedì e lo show era per il sabato però tutti ci siamo guardati e abbiamo detto "Andiamoci assolutamente".
E' stato un grandissimo show, dove sono intervenute circa 25.000 persone.
Siamo stati fortunati ad aver immortalato quei momenti in un dvd che uscirà prima della fine di gennaio 2009.

E il peggiore?
Le peggiori 10 gig direi… Sicuramente negli USA quando abbiamo suonato in posti a cui non interessava molto della band o dove abbiamo trovato persone che non reagivano allo show. Anche quando trovi club con attrezzatura precaria non è molto divertente: a Houston e a El Paso per esempio abbiamo fatto un sound check più lungo dello show perché le cose non funzionavano.
Non c'è un motivo ben preciso che ti fa dire che è stato un brutto live, ma è una questione di sensazioni.

Cosa ne pensi del nuovo album dei Guns n'Roses "Chinese democracy" o "Black Ice" degli AC/DC?
Ho suonato con Dizzy Reed dei Guns nel suo gruppo Hookers N' Blow dal 2004 al 2007.
E mentre giravamo per i club lui stava incidendo le parti di tastiera per "Chinese democracy"… ci è voluto un po' di tempo e quelle parti le ha dovute incidere più e più volte. Quel lavoro risale ancora a qualche anno fa.
Penso che l'America apprezzi ancora i Guns. Basta vedere che le grandi catene di supermercati si sono accaparrate l'esclusiva nelle vendite dell'album dei Guns (la Best Buy) e dell'album degli AC/DC (la Wal-mart). Sapevano che comunque avrebbero venduto migliaia di copie.
Molti dicono che i GNR non sono più gli stessi ora che è rimasto solo Axl, ma in realtà sono i Guns n'Roses di Axl. Gli altri ex Guns suonano nei Velvet Revolver e fanno in un certo senso le stesse cose.
E' come per le patatine da Mac Donald. Anche se cambia il ragazzo che le frigge, sono sempre le stesse patatine, gli stessi ingredienti.

Qual è la tua canzone preferita dei White Lion?
"I will" che fa parte del nuovo album. E "El Salvador" tra le vecchie, che è tra le più dark della produzione dei White Lion, dal sound molto metal….mi ricorda i primi Iron Maiden, con delle sonorità molto british.

Come vedi il tuo futuro nel rock'n'roll? Come vedi la tua carriera tra 10 anni?
Beh sarei fortunato se avessi ancora una carriera nel rock tra 10 anni.
Anche se fossi un vecchietto che fa delle cover nei piccoli locali solo per gli amici e anche se avessi un altro lavoro, mi piacerebbe a 45-50 anni continuare a suonare anche solo per divertimento.



Barbara Origgi, Simone "Keff" Caffi, Marco "Zollaw" Gallo

Ringraziamo:
Emiliano Nanni, organizzatore del tour dei White Lion in Italia
Manuel e il Thunderroad di Codevilla (PV)
Il Park Hotel di Salice Terme (PV)


Puoi leggere questa intervista anche su OkMusik.com


lunedì 5 gennaio 2009

Recensione - The Mexican Whi-Sky

THE MEXICAN WHI-SKY – Promo 2008
Autoproduzione – 2008
Venezia

Tracklist:
01 - Into The Sun
02 - Mammoth
03 - Electric City
04 - Down Again

Line Up:
Enrico - Guitars/Vocals
Demis - Drums
Diego - Bass

I Mexican Whi-Sky sono un power trio rock veneziano, che ha all’attivo soltanto questo promo, di 4 tracce. Già dalla grafica della copertina ci rendiamo conto di essere immersi negli stereotipi della scena stoner. E la sensazione persiste mano a mano che si ascolta il lavoro: riff corposissimi, voce graffiante, sonorità che si rifanno apertamente ai Kyuss più sabbiosi così come ai primi Monster Magnet, quelli più grezzi e brutali, ma anche a più stradaioli Fu Manchu.

Insomma, i pilastri del genere. Un paragone meno celebre che viene in mente è quello con i 7Zuma7, gruppo olandese che all’ inizio del millennio mescolando tutte le caratteristiche delle colonne prima citate divenne abbastanza rinomato fra i fanatici del genere.

Dunque il sound dei Mexican Whi-Sky è descrivibile molto rapidamente giusto tirando fuori un po’ di nomi. Lo stoner nasce già di per sé come genere derivativo, ed esistono molte band al giorno d’ oggi che campano sugli stereotipi di un genere derivativo. I Mexican Whi-Sky si inseriscono perfettamente in una scena che fa fatica a trovare un ricambio di idee, ma tanto basta per avere l’ apprezzamento degli appassionati del genere.

Se dunque la proposta non è delle più innovative, questo breve promo risulta comunque un ascolto piacevole, con pochissime pecche a livello strumentale, canzoni robuste, riff semplici e diretti, una sezione ritmica molto agguerrita. In più la produzione è davvero buona, brillante, che mette in evidenza il basso cavernoso e la profondità della chitarra.

La voce è invece il punto più debole del trio: si rifà evidentemente sia a John Garcia che a Scott Hill, e viene utilizzata con una certa parsimonia, ma tutto ciò, di per sé, non è un male, quanto piuttosto pecca per un eccessiva monotonia, anche a livello di liriche, ripetendo più o meno un paio di frasi in ogni canzone, senza donare quel tocco di personalità in più che una buona parte vocale è in grado di dare ad una canzone.

Molto meglio i momenti più heavy psych distribuiti qua e là in pezzi come Into The Sun ed Electric City, che danno quel tocco più sognante a canzoni molto cariche, stradaiole e ricche di groove.

Down Again si snoda invece su territori più blueseggianti. Mammoth si distacca leggermente dagli altri brani, se non altro per l’ essere interamente strumentale, ed è dominata da un fiume di riff che si snodano e si alternano lungo la durata del brano.

Nient’ altro da aggiungere, se siete in auto sotto il sole battente e la vostra meta è indefinita, questa è la musica che fa per voi.

VOTO: 65/100

Sebastiano Leonida Bianco

domenica 4 gennaio 2009

Intervista - Ministri

I Ministri sono una delle nuove leve del rock indipendente italiano, già all' attivo con un disco (I soldi sono finiti) e un EP davvero valido (La piazza), i 3 milanesi stanno portando la loro musica su un po' tutti i palchi d'Italia, tra cui quello del nostro amato Thunder Road a Codevilla dove ci hanno concesso una lunga e delirante chiacchierata.

Ciao ragazzi.. Prima di tutto la domanda più importante: “Sapreste definire il colore del vostro furgoncino?”

In effetti quel colore non esiste, lo definirei: “Giallo Canarino Terrorista”. Quel furgoncino arriva da terre lontane e non si sa chi lo abbia colorato in quel modo.

Cosa ascoltate e cosa influenza di più il vostro genere musicale?

Mah, a dire il vero ciò che ascoltiamo solo a volte coincide con ciò che suoniamo, ci piace l' elettronica, il metal e anche ciò che è considerata musica avversa al Rock come la musica da discoteca. Ascoltare il nemico può essere utile a volte..

Potete spiegarci come nasce una vostra canzone?

Pensiamo attraverso “Cellule Ritmiche”, si suona.. Poi il pezzo può diventare una ballata oppure una cosa casinosissima, è tutto legato al momento.. Per quanto riguarda la stesura dei testi usiamo molto ripetere concetti in modo ossessivo in modo da poter comunicare al pubblico ciò che pensiamo; Cerchiamo di usare le armi degli altri come le usano loro.

E cosa pensate del vostro pubblico, vi piace?

Il nostro pubblico è un pubblico molto vasto, riusciamo a farci ascoltare anche dalla controparte femminile, cosa difficile nel nostro genere, preferiamo un pubblico ignorante, a cui puoi insegnare diverse cose tramite le tue canzoni e i concetti in esse trattati: questa è la responsabilità di un artista dopotutto..

Come mai avete fatto de “La Piazza” un EP e non un Full Lenght vero e proprio?

L' Ep è un' idea, un format che adesso sta riprendendo piede, qualcosa che noi abbiamo trovato molto intelligente, in quanto porta ad alimentare l' attesa, porta a un' aspettativa maggiore da parte dello spettatore rispetto al disco che uscirà dopo, che sarà un LP vero e proprio.

E questo “LP vero e proprio” quando uscirà?!?

Uscirà il 30 gennaio..

E non ci dite nulla al riguardo??!?

Possiamo dirvi che il titolo è un riferimento a brecht, ed è “Tempi Bui”.. nulla di più per ora..

Pensate di vivere facendo musica?

Viviamo facendo musica, anche se la vita del musicista è una vita difficile, anche se può non sembrare siamo un po' imprenditori di noi stessi.. Comunque speriamo di poter continuare a fare i musicisti anche in futuro. La musica non la fai per guadagnarci e viverci bene, la fai per la gloria.. salire su un palco con un pubblico che ti acclama è tutto.

Un' ultima domanda, ma siete voi che avete copiato l' idea delle giacche ai Coldplay o sono loro che le hanno copiate a voi?!

Ah sono di certo loro che le hanno copiate a noi! Le utilizziamo da anni oramai, le abbiamo comprate ad amsterdam in un mercato dell' usato; Oltretutto credo che qualche collaboratore dei Coldplay sia italiano, magari ci ha notato e ha preso spunto dalla nostra idea.. bella domanda comunque!

Grazie.. Ragazzi, vi salutiamo e vi auguriamo un buon concerto! Fate un saluto a RockPv!

Grazie Rockpv! Un saluto!



Marco “Zollaw” Gallo, Simone “Keff” Caffi e Gianluca “Giangio” Rossi.

venerdì 2 gennaio 2009

Intervista - Marracash


Il Natale si avvicina, e RockPV ha l’onore di intervistare Marracash prima dell’esibizione di venerdì 26 dicembre 2008 al Thunder Road di Codevilla (PV), al termine di un tour che ha toccato i migliori club italiani in occasione del premio ricevuto dalla rivista “XL” quale “Miglior Rapper del 2008”, premio ricevuto nell’ambiziosa cornice del M.E.I. (Meeting delle Etichette Indipendenti), e in occasione della presentazione della rivisitazione in chiave “Gold Edition” del suo album omonimo, record di vendite nel 2008 grazie al tormentone “Badabum Cha Cha”. Nella nuova “Gold Edition” di Marracash, possiamo altresì trovare tre pezzi inediti: il nuovo singolo “Non Confondermi”, “La Via di Carlito”, e “La Mia Prigione”.

Ciao Marracash, e benvenuto su
www.rockpv.it, è veramente una gioia per noi chiudere il 2008 con un artista che ha fatto di questo anno, l’anno della propria consacrazione artistica.

Grazie. Effettivamente è stato un 2008 ottimo sotto tutti i punti vista per me, soprattutto per quanto riguarda la parte artistica. Dal 2007 stavo lavorando a ritmi altissimi per la realizzazione del mio album omonimo, e tutti gli sforzi che sono stati fatti in tutti questi anni sono giunti ad una fine veramente lieta, e forse anche inaspettata, con la realizzazione di quello che alla fine si è rivelato il tormentone, ossia “Badabum Cha Cha”, tormentone che non è stato assolutamente né cercato, né tantomeno pronosticato.

Come poni il confronto e la convivenza tra Marracash e la vera anima di Fabio Rizzo?

Hai detto bene, più che confronto si tratta di convivenza, perché mi considero un artista che cerca di non scindere la propria persona, dalla persona che vuole dimostrare di essere. Negli Stati Uniti soprattutto, gli artisti sono un po’ come i personaggi di wrestling, cercano sempre di creare un personaggio con un’immagino che si adatti al loro stile di combattimento, mentre per me e per i rapper europei non è così, per dare ancora più verità ai propri pezzi, bisogna essere veramente così e provare ciò che comunica.

Prima di intraprendere con forza il rap, hai provato a farti avanti con qualsiasi tipo di occupazione, dai lavori più precari, al centralinista nei call center. Come consideri la situazione sociale ad oggi, e fai dei chiari riferimenti nelle tue canzoni?

Secondo me oggi la situazione è completamente assurda. I problemi principali possono essere riassunti nella disoccupazione che sta crescendo e i soldi che iniziano a scarseggiare; ma il fatto più grave è che manchino proprio le possibilità. Una mia canzone si intitola “E’ un paese per vecchi”, per scimmiottare il film “NON è un paese per vecchi”, in relazione all’anzianità della classe dirigenziale che non lascia spazio e non crede ai giovani. L’esempio più chiaro arriva dagli Stati Uniti, dove puoi trovare senza fare molta fatica dei manager poco più che 20enni.

Una carriera decennale che è iniziata nel 1998 quando ti sei avvicinato al Muretto, storico punto di ritrovo per i rapper milanesi. Come ti sei avvicinato a questo ambiente e come ci racconti le tue prime avventure da mc?

Verso i diciassette anni sentivo dentro di me un forte richiamo ed una forte esigenza di uscire, di provare a vedere cosa c’era al di fuori della realtà che vivevo quotidianamente, e devo dire che è stata la cosa che mi ha salvato. Mi sono avvicinato al Muretto quasi casualmente, volevo trovare un ambiente che facesse in modo di farmi ampliare le vedute, e quello era l’ambiente ideale per me, un ambiente frequentato da numerose persone, numerosi artisti, provenienti da qualsiasi ambiente, dalla scuola, dagli uffici, ma tutti accomunati dalla passione per questa musica.

Due dei tuoi pezzi più conosciuti come “Popolare” e “Chiedi alla Polvere” sono specchi di un contesto periferico difficile, come quello dal quale provieni tu, Barona. Come descrivi questa realtà?

Ti dico che negli ultimi tempi la faccia e la visione delle periferie è cambiata parecchio. Di questi tempi in città come Milano, che è sempre stata una città con molte zone grigie, non è più netta la differenza tra centro e periferia. Nella periferia i problemi come quello della droga e della criminalità sono amplificati perché contestualizzati alla Periferia come ambiente in cui vivono gli immigrati, e quindi per sopravvivere si devono affidare ad attività illegali, ma la realtà non è così. Il problema più grosso sta nell’ignoranza della gente che affida l’etichetta di Periferia = Luogo malfamato.

Rimanendo in tema di problemi legati alla droga ed alla criminalità, ci sono dei tuoi pezzi che sono stati soggetti di numerose critiche da parte sia della critica che del pubblico stesso…

Si, recentemente sono stato ospite di un programma di Daria Bignardi, e appena ho iniziato a parlare del mondo della droga e delle sue conseguenze a seconda di come le veda io, è successo un polverone. La realtà è che la droga è una cosa normalissima nella nostra società, ma è ancora un tabù parlarne, perché la gente accomuna la droga ad un mondo malfamato e ad ogni singola persona che ama fare del rock e del rap, ma queste persone si dimenticano che la droga viene utilizzata anche dai membri del Parlamento italiano, quindi bisogna staccarsi un po’ dalle etichette che la gente affibbia agli artisti.

In “Chiedi alla Polvere” c’è una strofa che recita “la mia è una genia di sconfitti, il fottuto ciclo dei vinti e finti miti…”. A cosa è dovuta tanta disillusione?

La tanta disillusione che noti in queste strofe è innanzitutto nei confronti delle istituzioni e della politica. Secondo me la politica e la musica si accomunano molto, perché hanno tutte e due il grande scopo di comunicare alle persone. La politica ormai ha rinunciato da parecchio tempo a comunicare alle persone. Ora i politici non hanno programmi chiari e non fanno soprattutto discorsi chiari. La politica non è più coinvolgente, perché niente può cambiare realmente i governi.

Tu sei entrato a far parte di questo circuito quando in Italia non era ancora riconosciuto a livello nazionale come lo è adesso. Come hai vissuto questa evoluzione?

Trovo che sia stata una cosa veloce ma soprattutto naturale. Per me la parola underground vuole dire inizio, è il punto da cui partire a comunicare e ad allargare i propri orizzonti personali e musicali. La musica per me è la sola cosa che conta, poi ovviamente esistono dei conflitti e delle scaramucce inutili tra artisti, ma la cosa che ci accomuna è che combattiamo tutti sotto il fronte della musica.

Sei partito, come ogni rapper che si rispetti, dall’underground più “buio”, fino ad arrivare al salto di qualità e approdare al mondo delle major. Come hai vissuto questo cambiamento e come trovi il mondo della musica indipendente oggi?

Io personalmente ho vissuto questo fatto come un cambiamento positivo, ho continuato a definirlo, e continuerò a farlo, come una grande fortuna e una grande occasione che ho avuto. La fortuna più grande nella mia carriera è che sono riuscito prima di fare il salto, a “comandare” nell’indipendente, avendo la possibilità di aver avuto una carriera fatta da sola, senza “elemosinare”, presentandomi alla major con grandi credenziali e con il “potere” di aver pieno controllo sul mio progetto, a partire dalla scelta dei componenti. Un consiglio che do ai giovani che voglio provare a fare il salto è quello di arrivare alla major con il coltello dalla parte del manico, e prima di provare, bisogna essere il top nell’indipendente.

Sei uno dei membri più talentuosi dei Club Dogo, esponenti di spicco della scena hip hop attuale. Com’è nata la vostra collaborazione?

È stata una cosa assolutamente naturale e spontanea. Ho conosciuto i ragazzi al Muretto e abbiamo iniziato lì a fare le prime rime, quando ero alle prime armi. Diciamo che quando ho raggiunto una maturità diversa e più alta, il resto è venuto da sé.

Hai dei progetti a cui stai lavorando, da solista o con i Club Dogo?

Ora voglio godermi il tour e concludere il lancio del singolo per chiudere il disco. A medio lungo termine terminerò il seguito di un cd indipendente di cui sarò direttore artistico, che contenga un misto tra una compilation con il meglio dell’hip hop e disco, mantenendo però una distribuzione major.

Grazie a Marracash per il tuo tempo e per la tua disponibilità a RockPV!

Ciao e grazie a voi!



Simone “Keff” Caffi


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