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venerdì 10 luglio 2009

Recensione: News For Lulu


News for Lulu
Ten little white monsters
Zahr Records - 2006

Tracklist:

1. Late night commercial
2. Christmas monkey
3. A gun is not the solution
4. Ten little white monsters
5. Toothbrush
6. (…)
7. Scarecrows at the window
8. Tic-toc clock
9. Charlotte with Robots
10. I've been so clever
11. Left hand writers

Line up:
Matteo Baldrighi: batteria, percussioni
Carlo Campili: basso
Nicola Crivelli: chitarra
Emanuele Gatti: chitarra, voce, armonica
Andrea Girelli: sintetizzatore, voce, percussioni
Umberto Provenzani: voce, chitarra

I “News for Lulu” gruppo formatosi nel 2003 a Pavia ci presenta il loro lavoro “Ten little white monsters”.
Il disco è composto di 11 tracce, per un totale di 43 minuti circa.

La confezione del disco è molto curata e piacevolmente delicata con temi inerenti alla natura e al contatto con essa.

La produzione del disco è buona, e la scelta di tralasciare una pulizia perfetta del suono a favore di toni più caldi e “analogici” è particolarmente azzeccata.

La tecnica esecutiva dei “News for Lulu” si mantiene sempre su livelli elevati per tutto il percorso del disco, così come la scelta degli arrangiamenti sempre di ottimo gusto.

Il disco ci propone un indie-rock molto delicato e caratterizzato dalle melodie più che dai ritmi. Proprio il flusso delle melodie si sviluppa lungo il corso degli 11 brani in maniera impeccabile, creando un percorso e di conseguenza un'atmosfera veramente gradevole.

Il disco risulta molto compatto, ma non per questo monotono o banale: i brani concorrono ad un disegno più ampio ma sono ognuno a suo modo caratterizzati da una buona personalità e riconoscibilità.

La voce (o meglio le voci, visto l'ottimo e cospicuo uso di più voci) è la protagonista principale del percorso melodico: il timbro molto bello, quasi fanciullesco, e molto dolce è sempre perfetto per i brani e la voce risulta a sua volta sempre molto precisa.

I testi sono interamente in inglese, ben ideati e ben in linea con l'atmosfera del disco.

In conclusione questo disco è una piccola gemma che riesce ad estraniare l'ascoltatore e a portarlo in una dimensione quasi fiabesca. Veramente un bell'album consigliato a chi vuole ascoltare buona musica, rilassarsi e sognare.

Giudizio finale: 82/100

Simone Giorgi

lunedì 29 giugno 2009

Recensione - Musashiden


MUSASHIDEN
LOW
Autoproduzione - 2009

Tracklist:

1. Gordon?
2. Protocol
3. Coagulate
4. Collapse on me, Andromeda
5. Wood Sanctuary
6. Interference to the king
7. Things to do in the desert when you're dead
8. Sublimation

Line Up:
Filippo Morini: voce, chitarra
Giovanna Magnani: chitarra, synth, voce
Leo Vertunni: basso, voce
Gabriele Calvi: batteria, synth, chitarra, drum machine

I Musashiden ci presentano la loro seconda opera, uscita il 4 giugno 2009. Il disco è composto di 8 tracce, per un totale di 41 minuti circa.

All'aspetto il disco si presenta molto elegante, minimale e scuro nelle tonalità e con una copertina molto bella.

La produzione del disco è buona, anche se la scelta di una registrazione un po' frettolosa lascia al prodotto finito qualche imprecisione di troppo.

Gli arrangiamenti, resi pieni e ricchi o addirittura minimali e d'avanguardia sono vari e sempre in piena concordia con il percorso emozionale del disco.

Il disco, composto di 8 tracce, vive la sua evoluzione su due livelli: le tracce 2, 4 e 7 sono le vere e proprie canzoni del disco mentre i restanti brani sono di natura lo-fi sperimentale ed elettronica.
Questi due livelli rendono da un lato il disco un po' arduo alla comprensione, dall'altro sviluppano un percorso parallelo di sperimentazione e di concreta esecuzione, come se si trattasse di un viaggio all'interno della mente umana fra conscio e inconscio.

La voce, che non sempre si rende la protagonista principale dei brani, ha un timbro molto bello ed è globalmente piuttosto precisa. Un altro punto a favore della voce è la scelta stilistica di utilizzare diversi stili, fino ad arrivare a rendersi volutamente sgradevole per raffigurare emozioni a loro volta sgradevoli.

I testi, interamente in inglese, sono molto profondi e azzeccati sia dal punto di vista retorico che semantico.

Voce, testi, arrangiamenti, tutto in questo disco confluisce senza essere protagonista bensì con un senso più elevato: ogni cosa è parte di un flusso musicale che ha come finalità la ricerca dell'espressione emotiva, qualunque sia il veicolo attraverso il quale essa si manifesta.

Proprio l'emozione, la capacità di emozionare è il punto forte di “LOW”, album concepito in maniera diametralmente opposta a dischi prodotti e confezionati alla perfezione, eseguiti e composti alla perfezione e senza un briciolo di emotività.

In conclusione ci troviamo di fronte ad un disco lontano dalla perfezione, soprattutto in fase di produzione, di difficile fruizione ed ascolto, ma in grado di emozionare come solo i grandi capolavori sanno fare (mi permetto di citare a titolo personale “Collapse on me, Andromeda” che trovo semplicemente stupenda e a dir poco toccante)

Giudizio finale: 87/100


Simone Giorgi

martedì 16 giugno 2009

Recensione - Unòrsominòre



Unòrsominòre
Unòrsominòre
I dischi del minollo - 2009

Tracklist:
1. La coscienza di meno
2. Gagarin
3. Un orso minore
4. Sono stato anch'io sereno
5. il mio diario
6. Non sono tranquillo
7. Glory days
8. Discanto
9. Le notti difficili
10. Di passaggio (gli scheletri)
11. rochet #1

Line up:
Kappa: Voce, chitarre, sintetizzatore, pianoforte, percussioni
Ted: Basso
Manuel: Batteria

Unòrsominòre è il progetto solista di Kappa, voce dei veronesi Lecrevisse.
Il disco, uscito nel marzo 2009, si presenta essenziale, quasi minimalista, nell'estetica e negli artwork, fatti di poche linee e colori ma molto belli.

L'album è stato registrato interamente in analogico e presenta una qualità sonora veramente alta e con l'avvolgente calore tipico delle produzioni analogiche e ben suonate.

Gli arrangiamenti, di pari passo con la qualità esecutiva, sono molto gradevoli e svariano dall'alternative rock al pop, all'acustico e al cantautorale.

La voce (ovviamente tra i protagonisti principali visto la natura di disco solista) è sempre precisa nell'intonazione ed ha un timbro molto bello.

Le linee melodiche della voce si sposano sempre in modo impeccabile coi testi e cogli arrangiamenti e risultano forse il punto più positivo dell'intero album.

I testi, tutti in italiano, sono globalmente molto curati e piuttosto efficaci anche se a mio parere meno intensi della media dei testi di matrice rock/cantautorale (Moltheni, Manuel Agnelli, Paolo Benvegnu, ecc.)

Il disco ci propone un'opera dalle molteplici sfaccettature e influenze: si va dall'indie rock all'alternative rock di casa nostra, passando per una forte matrice cantautorale ed un gusto pop.

Proprio a queste molteplici influenze il songwriting si aggrappa forse troppo accomodante nelle scelte, tanto da rendere accomunabile ogni arrangiamento a canoni già tracciati.

Forse proprio a causa di questa caratteristica il disco risulta un po' disunito nel suo complesso e poco efficace nel trasporto emotivo durante l'ascolto, nonostante i pezzi siano tutti molto belli.

Proprio le canzoni, che come prima accennato non brillano per coraggio e per originalità, sono tutte guidate da un gusto pop (nel senso migliore del termine) e risultano abbastanza immediate e dalle linee melodiche molto gradevoli e altrettanto riconoscibili.

In conclusione ci troviamo di fronte ad un bel disco, prodotto in maniera fantastica e dai bei pezzi (una citazione particolare alla cover “Discanto” di Ivano Fossati) che non sono però supportati dall'intensità emotiva pari ad altri capisaldi del rock italiano.

Giudizio finale: 74/100

Simone Giorgi

lunedì 8 giugno 2009

Recensione - .Cora.


.CORA.
L'aria che respiro soffoca
Jestrai Records - 2009

Tracklist:

1. Il Sanchez
2. L'Aire
3. Sasso
4. Bora Lacrime
5. La Mia Sporca Metà
6. Caligiurio
7. Impatto Lord Denning
8. D.A.P
9. Colla
10. Becky Hoover
11. L'Ultima Sigaretta

Line up:
Tommaso: Voce, chitarra
Michele: basso, percussioni
Stefano: Batteria

I .cora. sono un gruppo di Jesi (Ancona) formatosi nel 2005 e arrivati al loro full lenght “L'aria che respiro soffoca” nel 2009 per l'etichetta Jestrai.

L'album si presenta ben curato dal punto di vista estetico con copertina e artwork a tema con il titolo e il clima generale del disco.

Il disco, prodotto nel Red House Recordings, ci porta alle orecchie una qualità sonora davvero altissima (basti pensare che il mastering è stato confezionato da Bob Weston, bassista degli Shellac).

La produzione è veramente più che impeccabile sotto ogni punto di vista e le scelte degli arrangiamenti sempre ottime.
Una caratteristica importante della produzione è la carica e la potenza dei suoni del disco, che tuttavia si mantengono molto genuini e diretti.

La tecnica esecutiva di tutti i musicisti è molto valida e contribuisce a dare potenza e compattezza al disco.

La voce, molto aderente ai canoni ormai abusati del grunge è globalmente abbastanza precisa e ha un timbro molto bello.
Anche le linee vocali sono molto potenti, valide e nello stesso tempo orecchiabili e significative.

I .cora. ci propongono un disco veramente carico di potenza, molto influenzato dal Grunge e soprattutto dal filone italiano dello stesso.

I testi dell'album sono in italiano, molto ben congegnati nonostante la brevità dovuta all'incastro con l'incedere grunge dei pezzi.

I pezzi del disco sono tutti gradevoli, dall'ammiccante D.A.P ai due pezzi molto belli con cui si apre il disco, fino alla più melodica Becky Hoover che ricorda molto (troppo?) i Verdena.

Forse è proprio l'eccessivo percorrere di strade tutte già intraprese il difetto principale del disco. Poco è lo spazio concesso all'evoluzione e molto quello dedicato alla riproposizione. Dall'altro lato questo non toglie nulla alla validità dei pezzi e del disco in sé che resta molto ben composto e prodotto.

In conclusione questo disco, prodotto in maniera eccezionale, è molto potente e ci propone un grunge molto ben architettato, figlio delle influenze maggiori del genere e che poco esplora i confini dello stesso.

Giudizio finale: 75/100

Simone Giorgi

lunedì 1 giugno 2009

Recensione - Lena's Baedream


Lena's Beadream
Self Attack
Lost Sound Records - 2008

Tracklist:

1. I love my son
2. Re-cover outside
3. The Parasite
4. Ius primae noctis
5. Clever (indiots and haemophiliacs)
6. B-612
7. Saffocate (we can only lose)

Line up:
Nicola Briganti: Chitarra, cori
Gabriele Anversa: Batteria, percussioni
Cristian Ferrari: Voce
Francesca Alinovi: Basso
Carlo Alberto Morini: Chitarra


I Lena's Baedream sono un gruppo proveniente da Parma e formatosi nel 2003 che ci propone il loro ultimo lavoro. Il disco contiene sette brani, per un totale di 35 minuti circa.

Al primo assaggio estetico il disco si presenta con un packaging molto curato e con una copertina veramente bella e significativa.

La produzione di “Self Attack” è veramente ottima sotto ogni aspetto e mantiene una qualità molto alta in ogni brano.

Le registrazioni sono molto pulite e gli arrangiamenti sono molto efficaci e sempre con un sound molto moderno, figlio dei riferimenti rock e alternative metal degli ultimi anni.

La qualità tecnica dei co mponenti è anch'essa molto valida, sia per quanto riguarda la sezione ritmica, a volte essenziale ma sempre molto potente, sia per quanto riguarda la sezione melodica, con chitarre suonate sempre in maniera ottima.

Il disco prende vita come “concept album” e racconta la storia di un cyborg che racconta la storia dell'umanità ad uno dei pochi umani sopravvissuti in un futuro ipotetico.

La scelta molto interessante di rendere un'opera unica una successione di brani diversi è un po' limitata nella sua fruizione dai testi interamente in inglese, che potrebbero rendere ostica la comprensione del senso generale del disco.

La voce nel disco è molto protagonista e si dimostra veramente ottima, sempre molto melodica e prefetta nell'intonazione e con un timbro veramente piacevole.

Il disco si presenta all'ascolto molto compatto anche se a tratti da la sensazione, forse figlia proprio della compattezza del disco, che manchi un pezzo in grado di emergere dal livello medio dell'album.

Il sound globale del disco è ben solido sulle sonorità molto precise sviluppate negli ultimi anni dai gruppi rock/alternative metal (mi vengono in mente gli Incubus, giusto percitare un esempio); questa scelta da un lato rende il disco molto “commerciale” e di facile ascolto mentre dall'altro lo priva un po' di presonalità.

In definitiva “Self Attack” è un ottimo album, creazione di un band dall'ottima tecnica e con una buona esperienza. La produzione è anch'essa molto valida e genera un sound riconoscibile e molto ben congegnato.

Giudizio finale: 83/100


Simone Giorgi

lunedì 18 maggio 2009

Recensione - In Loop


IN LOOP
ROCK REVOLUTION
Autoproduzione - 2009


Tracklist:

1. Escape from the world
2. Another day to live
3. Rock revolution

Line up:
Jerry: Voce
Ale: Chitarra
Antonio: Basso
Romolo: Batteria

Gli In Loop sono una band hard rock di Milano e ci presentano il loro demo di tre brani per una durata globale di circa una decina di minuti.

Il disco si presenta piacevole esteticamente, con una confezione molto curata.

La produzione del disco è di qualità più che buona, specialmente in considerazione del fatto che ci troviamo di fronte ad un demo.
Le registrazioni sono di buona qualità anche per quanto riguarda l'esecuzione tecnica.

Il demo ci presenta tre brani, tutti molto legati alla tradizione hard rock. I brani seppur ben congegnati e piacevoli all'ascolto soffrono di un immobilismo e di un arroccamento tipico di alcuni genere musicali che troppo spesso si ripetono uguali a loro stessi: le strutture, le sonorità mancano di originalità e rischiano di risultare piacevoli solo ed esclusivamente agli appassionati del genere.

La scelta quindi di attenersi a canoni già ben delineati da un lato rende il disco fruibile solo ai fans dell'hard rock, dall'altro rende i brani compatti e piuttosto efficaci, anche grazie alla scelta di linee melodiche piuttosto piacevoli.

I testi sono in inglese e anche loro sono molto aderenti agli standard hard rock, sia nelle tematiche sia nell'incedere molto aggressivo e ben legato alla ritmica delle canzoni.

La voce è ben caratterizzata e sempre precisa, nonostante un timbro a tratti poco musicale.

In conclusione, Rock Revolution è un buon demo, suonato e prodotto con una buona qualità, ma adatto solo ai fan dell'hard rock.

Giudizio finale: 64/100

Simone Giorgi

lunedì 11 maggio 2009

Recensione - Stoop


STOOP
Stoopid Monkeys In The House
Prismopaco – 2008

Tracklist:
1. Fire on my cheap sunburn
2. Faster than me
3. Sleeping awake
4. Honeymoon
5. Chupacabras & fries
6. Fixing your head
7. Garbage in space
8. The entertainer
9. Atlantico
10. Drum up
11. Move on up
12. Hovercraft
13. Lesson 2
14. (ghost track)

Line up:
Diego Bertani: Voce, chitarre
Fabrizio Bertani: Voce, batteria, percussioni, chitarra, groovebox, armonica
Marco Ponzi: Basso, chtarra
Carloenrico Pinna: Cori, chitarre, banjo, groovebox, tastiera, percussioni

Gli Stoop sono un gruppo di Reggio Emilia formatosi nel 2003, molto apprezzato nella scena indie e vincitore di molti contest.

Il disco si presenta in maniera molto curata dal punto di vista estetico con una copertina piuttosto originale, anche se non molto in tema con le sonorità del disco e con un packaging molto bello e di ottima qualità.

L'album è prodotto e mixato in maniera a dir poco ottima, con un equilibrio sempre molto curato tra i numerosi strumenti e le voci.
Gli arrangiamenti sono sempre gradevoli, molto pieni grazie all'uso di svariati strumenti, ma mai caotici.

Anche la tecnica esecutiva resta per tutto il disco a livelli molto elevati, rivelando un'ottima tecnica che si sviluppa su molti strumenti.

Le 13 tracce (più una ghost track) si snodano in territori indie rock con inflenze molteplici, dall'indie rock più classico alla musica italiana al british rock a toni più blues (Alcune parti del disco ricordano le sonorità di Nick Cave ad esempio).
Proprio la varietà nella scelta degli strumenti e degli arrangiamenti è il punto forte del disco, che mostra una buona conoscenza musicale ed una buona personalità.

La voce (supportata spesso da cori) è sempre intonata e precisa ma manca di varietà di registro e rischia di appiattire l'album, pur essendo piacevole nel suo timbro.
La scrittura delle linee melodiche della voce, a mio parere, resta il punto debole del disco poiché quasi mai si ha una voce d'impatto o una linea melodica particolarmente piacevole.

I testi molto belli, sono tutti in inglese, scelta che penalizza chi non conosce la lingua ma che rendono più fluidi i pezzi.

Una citazione particolare la merita Simone Benassi, ospite alla tromba: l'idea di aggiungere un ulteriore strumento non è affatto barocca, anzi aggiunge merito agli arrangiamenti poiché la tromba è suonata magistralmente e senza eccessi di protagonismo.

In conclusione un disco prodotto e registrato in maniera eccezionale, bello all'ascolto ma reso un po' piatto da alcune scelte di linee vocali.

Giudizio finale: 75/100


Simone Giorgi

lunedì 4 maggio 2009

Recensione - Plastic Bullet


PLASTIC BULLET
Plastic Bullet – EP
Autoproduzione - 2008




Tracklist:
1. Heroes
2. Rosses Point
3. Drastic Nostalgia
4. Through This Life

Line up:
Mauro: Voce
Nex: Chitarra, cori
Ago: Chitarra, cori
Andrea: Basso, cori
Luca: Batteria

I Plastic Bullet sono un gruppo formatosi nel 1999 a Milano. Molto attivi nella scena underground lombarda ci presentano un ep di quattro brani.
Il disco ha una durata di 12 minuti circa, ed è solo un assaggio di ciò che i plastic bullet sanno fare.

La copertina del disco, che ci presenta una pacifica rosa uscire da un fucile è ben curata e lascia intuire con una colorazione molto particolare il tono punk del disco.

Il disco prodotto nello studio Mobsound a Milano risulta registrato e mixato con una buona qualità globale, privo di orpelli e preziosismi che poco si addicono ai pezzi molto veloci, concisi e dall'andamento compatto tipico del punk.

Unica piccola pecca in fase di mixaggio la voce solista che sembra a tratti scollata dal resto dell'arrangiamento, specie nell'assenza dei cori.

Il disco è suonato e cantato in maniera buona, molto preciso in ogni aspetto, nonostante la spontaneità e la vivacità della proposta.

I quattro brani, si sviluppano nei territori punk d'oltreoceano e attingono alle influenze punk-rock degli anni '90 (Green Day, Bad Religion e NOFX su tutti).
La strada scelta sembra un genere a volte scopiazzato alla buona, abusato e privo di spunti nuovi, nonostante questo i Plastic Bullet riescono a proporre dei brani freschi, piacevolissimi e piuttosto vari.

Nulla che non sia un buon punk, ma il disco si presenta con un ottimo carattere e fa intuire le doti del gruppo (da apprezzare forse più in live che in un disco).

Alcune note particolarmente apprezzabili sono i cori realizzati sempre con molto gusto e con un'ottima precisione. Anche la sezione chitarristica è valida, anche quando si esprime in parti solistiche.

I testi dei quattro brani sono interamente in inglese e con tematiche tipiche della scena punk-rock anni '90, sono sempre aderenti all'arrangiamento e alle linee melodiche ma sembrano globalmente non molto curati e passano in secondo piano nella costruzione dei brani.

I Plastic Bullet, come già accennato sono molto attivi nella scena lombarda (nell'hinterland milanese soprattutto); se volete assistere alle loro esibizione controllate su
www.myspace.com/plasticbulletpunk le loro date.

In definitiva un buon ep (distribuito gratuitamente ai concerti), dalla breve durata e valido per ascoltare le potenzialità di un gruppo punk molto valido ed esperto.

Giudizio finale: 70/100

Simone Giorgi

lunedì 27 aprile 2009

Recensione - Kill Joy


Kill Joy
Twenty
Brother and Brother Records - 2008

Tracklist:

1. E.L.E
2. Endless Night
3. Intro
4. Rosa
5. Nothing Special
6. Slowly
7. Tentativi
8. She Doesn't Like Emo
9. Maledetti
10. Heaven
11. Sober
12. It's So Hard
13. People Die
14. 21

Line Up:
Fat: Voce, chitarra
Mark: Batteria
Ste: Basso
Pappri: Chitarra

I Kill Joy sono un gruppo di Torino formatosi nel 2003 ed arrivano nel 2008 alla produzione del primo full-lenght Twenty.

Kill Joy è uno dei gruppi di punta dell'agenzia Stage Diving di Bari, agenzia che si occupa di promuovere le migliori band della scena punk/hardcore italiana e che da aprile ha iniziato a collaborare con RockPv.

Il disco si presenta con una copertina molto curata e dall'immagine di forte impatto.

La produzione del disco si attesta su una buona qualità globale, buone registrazioni e un mixaggio sempre preciso, eccezion fatta per alcuni suoni di chitarra a volte un po' confusi a scapito della potenza dovuta.
Il disco è suonato in maniera impeccabile, con un'ottima tecnica da parte di tutti i componenti del gruppo.

I quattordici brani di Twenty si snodano nei territori dell'hardcore melodico, pur mostrando gusto nella contaminazione di altri generi: nel disco ci sono molte tracce di punk, hardcore ma anche metal e crossover. Il metal si sente molto nell'uso cospicuo del doppio pedale e nelle parti solistiche delle chitarre armonizzate, mentre alcune sonorità del basso riprendono il gusto nu-metal delle quattro corde.

Proprio il basso (strumento sempre relegato in secondo piano) è a mio parere la nota più positiva del disco, sempre ben suonato, molto di supporto ma anche molto caratterizzante e potente.

La proposta musicale di questo album non soffre di banalità sia per le influenze sopra citate sia per la scelta di brani molto brevi (intorno ai 2 minuti per brano) che rendono più vivace il ritmo del disco.

La voce è capace di molte variazioni di registro da toni più corposi a toni più scanzonati fino al growl in alcune parti del disco; il cantato è sempre supportano da linee melodiche semplici ma efficaci ed è piuttosto preciso, anche se in alcuni tratti sembra mancare della potenza necessaria (forse più per alcune scelte in fase di arrangiamento e produzione che per una mancanza del cantante).

I testi si alternano tra italiano e inglese e sono molto aderenti al genere e ben incastrati nelle canzoni grazie anche a una buona scelta delle linee vocali che pur non brillando per originalità sono sempre di molto piacevole ascolto.

Un buon disco, molto aderente al genere (a chi non piace l'hardcore melodico difficilmente piacerà) ma mai banale, prodotto in maniera più che buona suonato molto bene e con un ottima personalità.

Giudizio finale: 74/100


Simone Giorgi

mercoledì 22 aprile 2009

Recensione - Randy Watson


RANDY WATSON
Demo
Autoproduzione - 2008


Tracklist:
1. Non Nevica Più
2. Rumore
3. Pettine
4. S.b.o.n & Lament of a Dumb

Line Up:
Andrea La fiura (Jeff) - Basso
Marco Rebollini (Rebo) – Chitarra e Voce
Gabriele Calderone - Drums


I Randy Watson sono un promettente power trio di Rivanazzano attivo del 2006, che in questi anni a saputo mettersi in luce grazie ad un buona attività live, nonché grazie a questo demo (datato 2008).

Il trio non si dichiara appartenente a nessuna particolare scena, preferendo comporre e suonare i propri pezzi con la maggior libertà creativa possibile, ed il risultato è un sound che svaria dal post rock strumentale di stampo chitarristico al più violento post core (e le atmosfere rievocate ricordano quelle che si possono trovare nei dischi Pelican), passando per momenti psichedelici, ma anche scenari al limite con il grunge ed il noise.

Il violento attacco di “Non Nevica Più” ricorda, per la sua cubicità, i Don Caballero di For Respect, ma il pezzo muta in continuazione, alternando sfuriate a passaggi molto melodici e delicati, fino al climax finale. “Rumore” e “Pettine” sono altri pezzi ben riusciti che proseguono su questa linea stilistica, e continuano a proporci passaggi affascinanti e suggestivi, per poi colpire con bordate di distorsioni.

E’ il talento chitarristico di Rebo a dare una spinta più ai pezzi, mentre la sezione ritmica si dimostra un ottima spalla, sempre quadrata ed inarrestabile.

Il pezzo migliore, nonché il più particolare di questo breve demo, è “S.b.o.n & Lamento of a Dumb”, aperta da un intro enigmatico, si rivela essere la canzone più accattivante melodicamente, non solo per al presenza (l’ unica) della voce (a dire il vero non irresistibile), ma anche per il riffing e per il bellissimo arpeggio con armonici che condisce il tutto.

Al termine del pezzo è presente quella che si può considerare una ghost track (è assente dalla tracklist segnata sul disco), “Passettini”, in versione live., dovenonostante la non ottima registrazione della performance dal vivo si può apprezzare l’ ottimo lavoro dietro le pelli del nuovo batterista Mike, che potrà sicuramente dare una spinta in più per i prossimi lavori del gruppo.

I Randy Watson appaiono già come una realtà di grande qualità, ma con grandi margini di miglioramento, sicuramente uno dei gruppi più interessanti a livello locale (ma non solo) degli ultimi anni.


VOTO 77/100


Sebastiano Leonida Bianco

lunedì 20 aprile 2009

Recensione - Missiva


MISSIVA
SOSPESO
Produzioni Rock Italiane - 2008

Tracklist:
1. dritto negli occhi
2. controvento
3. sospeso
4. il mio più grande fallimento
5. per sempre
6. la mia anima è obesa
7. perchè
8. l'occasione
9. solo io
10. nascosto

Line up:
Paolo Marsella: Voce
Simone De Blasi: Chitarra
Giuseppe Scalone: Tastiera, synth
Valerio Vantaggiato: Basso
Fabio Cazzetta: Batteria

I Missiva sono una band pugliese formatasi a Brindisi nel 1997. Band attiva da molti anni ed in tutta Italia (abbiamo avuto il piacere di vederli al concorso Orquestra al Thunder Road di Codevilla) e ci presentano il loro nuovo lavoro, nonché primo album prodotto dall'etichetta “Produzioni Rock Italiane”.

Il disco si presenta con una bella foto in copertina che in qualche modo ricorda il legame dei
Missiva alla loro terra (legame che rimane ben solido per tutto l'ascolto del disco).

Il disco è prodotto in maniera impeccabile, e la qualità di registrazioni e mixaggio restano sempre di alto livello.

Gli arrangiamenti del disco sono generalmente puliti e semplici ed efficaci, ma senza che mai si cada nella ripetitività e nella banalità. Unica critica che si può muovere in questo senso è a mio parere la posizione troppo marginale di tastiere e synth che molto raramente sono protagoniste.
La tecnica di esecuzione del disco è di livello molto elevato, come ci si aspetta da un gruppo con l'esperienza dei Missiva, che ricordiamo essere attivi come gruppo dal '97.

Sospeso si snoda nei territori dell'alternative rock italiano, senza perdere radici di un rock più classico (in riferimento soprattutto alle parti solistiche di chitarra) e anche di una matrice più tipicamente italiana del cantautorato e perché no del pop.

Un disco con diverse sfaccettature ma con un sound compatto e convincente.
La voce è una delle note più piacevoli dell'album, sempre precisa nell'intonazione e con un timbro molto bello. Da apprezzare la personalità della stessa che sembra a tratti lanciarsi sulle canzoni, altre volte sdraiarsi comodamente altre ancora appendersi e ciondolare con l'animo di chi sa di non cadere.

I testi, che sono interamente in italiano, ben si amalgamano sia con gli arrangiamenti che con il clima delle canzoni e sono scritti con un buon gusto metrico e con significati sempre diretti e fruibili.

Il conclusione ci troviamo dinnanzi ad un bel disco, prodotto in maniera impeccabile e con un buon carisma, figlio di una band con personalità ed esperienza.

Giudizio finale: 80/100
Simone Giorgi

lunedì 13 aprile 2009

Recensione - Break Point


BREAKPOINT
JUST HANGIN' AROUND
Autoproduzione - 2008


Tracklist:
1. No way out
2. I can only see your forbidden bedroom
3. Jolly Roger
4. Crystalized
5. I'm fine
6. Rètro

Line up:
Alessandro Favale: chitarra, voce
Riccardo Garavani: chitarra, effetti
Giulio Oldrati: basso
Andrea Civini: batteria

I Breakpoint sono un giovanissimo gruppo di Voghera (PV) e ci propongono il loro primo demo pubblicato nel 2008.

Nonostante la dicitura “demo” il disco è piuttosto corposo (sei brani) e colpisce per quantità e per qualità.

Gli arrangiamenti dei brani sono davvero ben pensati e molto equilibrati e ben sostenuti da una buona qualità in fase di registrazione e spiccano per la scelta delle armonie fra gli strumenti, sempre molto di gusto e mai banali, scelta che denota, nonostante l'età, un'ottima conoscenza teorica.

La tecnica esecutiva dei musicisti è molto buona e sempre precisa e aderente a ciò che richiedono i pezzi, senza troppi fronzoli.

Il disco ad ogni pezzo regala ottime sensazioni e tutti i pezzi risultano orecchiabili ma mai banali.
Un'altra cosa che colpisce è la personalità del disco che si tiene lontano il difetto che accomuna ogni giovane band ovvero l'emulazione di uno o più gruppi; nonostante ciò il disco ha i piedi ben piantati sulla musica attuale e ha dei buoni riferimenti che lo contestualizzano (potrei citare Radiohead e Muse giusto per rendere un'idea).

Il difetto principale del disco a mio parere è la qualità della voce: spesso troppo alta in volume e a tratti poco precisa nell'intonazione e poco “musicale” rischia di rendere poco piacevole il disco ai “non musicisti” che lo ascolteranno (si sa, la voce nell'ascoltatore medio ha ben più rilevanza di un'armonia o di un arpeggio).

I testi di tutti i brani sono in inglese: la scelta come sempre si rivela un'arma a doppio taglio, da un lato rende più musicale ogni linea melodica della voce, dall'altro può far perdere un po' di potenza comunicativa ad un ascoltatore che non mastica l'inglese.
I Breakpoint rendono disponibile il loro demo gratuitamente sul loro myapace:
http://www.myspace.com/breakpointspace

In conclusione, questo demo seppur non perfetto fa trasparire una personalità ed un talento rari, e considerando l'età liceale dei Breakpoint è una prima testimonianza di una band che nella scena musicale avrà molto da dire e noi avremo molto da ascoltare (anche in sede live dove i Breakpoint sono molto attivi e nondimeno apprezzabili). Buona evoluzione Breakpoint!

Giudizio finale: 71/100
Simone Giorgi

domenica 12 aprile 2009

Recensione - Johnny Burning

JOHNNY BURNING
Get Up, Get Loose, Get Off!
Street Symphonies Records - 2008


Line Up
MANUEL: vocals
D.B.: guitar
ROB: drums
NIKO: guitar
CESKO: bass

Tracklist
1. Intro
2. Wrong Shape
3. Devil Inside
4. Sassy Lassie Goose
5. Idiota
6. Lost & Found
7. Burning Miracle
8. Time To Rock
9. Shine
10. Rock In The U.S.A.
11. Turn Down Just To Leave It

MySpace
www.myspace.com/jburning


I Johnny Burning hanno il look, l'immagine giusta che parla da sola è che identifica immediatamente la loro musica e cioè hard e glam rock anni '80 in tutte le diverse sfumature.

Sia il look che il suono si ispirano dichiaratamente agli anni ‘80, come dimostra il full lenght, "Get Up, Get Loose, Get Off!", il loro primo lavoro, un'esplosione di rock'n'roll, ideale per gli amanti del genere.

Le 11 tracce hanno tutte delle ottime sonorità, che fanno rivivere per un attimo le atmosfere del tempo.
Sembra di essere tornati ai tempi in cui Mötley Crue e Guns n’Roses facevano scuola, non erano più esclusiva degli addetti ai lavori, ma conquistavano i vertici delle classifiche mondiali. E il mercato discografico produceva centinaia di band che si ispiravano ai padri dello sleaze rock, ma ognuna con la propria caratteristica.
Ed ecco che a quasi vent'anni di distanza i suoni che una volta erano stati spazzati via dal grunge tornano "di moda" e risultano comunque molto attuali. Con l'unica differenza che i Johnny Burning non nascono a Los Angeles, ma a Imola.

L'album ha un attacco al fulmicotone +con il brano "Wrong Shape", in perfetto stile hair metal: un ritornello che rimane in testa, effetti speciali tipici degli anni ‘80 e ‘90 e chitarre modulate sui suoni di Slash & soci. Anche la voce del cantante Manuel suona acuta, ma non stridula, senza risparmiare ammiccamenti e allusioni che fanno molto Bret Michaels.

A seguire, troviamo "Devil inside", che pur rimanendo in tema e ripercorrendo molti cliché dello sleaze rock, ha un qualcosa di originale, con momenti di virtuosismo alla Eddie Van Halen, citato tra le influenze del gruppo.

I Van Halen tornano a farsi sentire in "Time to rock" un brano a metà strada tra "Hot For Teachers" e "Your mama don't dance" dei Poison.
Come qualsiasi album hard rock che si rispetti, c'è anche la traccia più sexy dell'album, "Sassy Lassie Goose", con un incedere funky e blues allo stesso tempo.


"Idiota" parte con un'armonica dal sapore sudista, che evoca le atmosfere di New Orleans.
"Burning miracle" apre in modo trionfale e sembra una dichiarazione d'amore nei confronti degli W.A.S.P., il gruppo che forse più è entrato nel dna dei nuovi rockers.


Non poteva mancare nemmeno la ballata acustica dai buoni sentimenti, "Shine", la colonna sonora perfetta per una pubblicità.
L'album chiude con "Turn Down Just To Leave It", un brano di rock genuino, che attinge dal rock classico americano degli anni '70. Un omaggio al rock sudista, da ascoltare sulla Route 66, come una "Sweet home Alabama" della via Emilia.

I Johnny Burning non inventano nulla di nuovo, ma producono brani allegri e disimpegnati, piacevoli all’ascolto. "Get Up, Get Loose, Get Off!" è un album maturo, registrato bene, che quando metti sullo stereo dell'auto ti dimentichi sia il lavoro di una band esordiente e italiana, per di più.
I brani si potrebbero tranquillamente ascoltare in radio, sia per le ottime melodie che per i suoni puliti e ben miscelati. Unica nota negativa, nonostante siano ben scritti, si susseguono senza lasciare il segno e spesso mancano della passione e del groove che farebbero la differenza.

"Get Up, Get Loose, Get Off!" è un album indicato per chi si aspetta un album sleaze rock e che vuole tornare per un attimo indietro nel tempo. Se invece vi aspettate un disco dalle atmosfere più attuali, questo album non fa per voi. E' un album per gli amanti delle chitarre e delle canzoni senza complicazioni.
E in fondo i Johnny Burning sono quello che vedete!!

Per i cultori dell'immagine, segnaliamo anche la bellissima copertina del disco, con una bionda platinata che porta sulla schiena il tatuaggio "Get Up, Get Loose, Get Off!".


Giudizio finale: 70/100


Barbara Origgi

lunedì 6 aprile 2009

Recensione - Hinkel & The Mirrors


Hinkel & The Mirrors
The Big Eye
Echophonic & Think Tank - 2009





Tracklist:
Through (The Mirrors)
Shine (Hinkel)
My Sonic Love (The Mirrors)
Run (Hinkel)




Line up:
Hinkel:
Volker Hinkel: Chitarra, voce, tastiere
Dirk Bluemlein: Basso
Claus Mueller: Batteria


The Mirrors:
Marco Ortensi: Voce, piano, synth
Andrea Vitali: Chitarra, voce
Matteo Carta: Basso
Emanuele Platania: Batteria



“The Big Eye” è il primo prodotto della neonata casa discografica “Echophonic & Think Tank” ed è un classico split di due gruppi, uno nostrano (i milanesi The Mirrors, band pop-rock attiva dal 2003 ) ed uno tedesco (Hinkel, gruppo di recente formazione ma con un'ottima esperienza che prende il nome dal leader Hinkel cantante e chitarrista ex membro dei “Fool's Garden”).

Lo split contiene due brani per ogni gruppo, alternati nella tracklist. Nonostante le caratteristiche tipiche di uno split il disco risulta piuttosto omogeneo come sonorità e come clima globale.

Il primo aspetto che colpisce del disco è la stupenda copertina firmata da Andy dei Bluvertigo e partorita nel suo studio artistico “Flu On”.

Il disco è prodotto in maniera impeccabile, molto orecchiabile e preciso nella localizzazione degli strumenti. Gli arrangiamenti globalmente puliti e semplici sono resi alla perfezione e sorreggono degnamente ogni pezzo.

I due brani dei The Mirrors sono entrambi ben studiati e ben articolati in un panorama pop-rock che attinge molto da radici importanti degli anni '60/'70.

Through, il brano più lungo risulta forse un po' ostinato mentre My Sonic Love, complice una piacevolissima linea melodica risulta più fruibile sin dal primo ascolto, ed è un perfetto “singolo” pop-rock.

I Due brani di Hinkel anche essi piacevolmente arrangiati e strutturati si differenziano parecchio tra loro: “Shine” si adagia senza troppa originalità nei territori ben delineati del “british rock” targato tra i principali esponenti dagli Oasis, mentre “Run” a mio parere è un brano con un carattere più deciso e con un arrangiamento che spazia in territori più elettronici e anche più aggressivi in alcuni tratti del brano.

Questo split è nella sua intenzione (far assaggiare due band e farle conoscere in un sol colpo) molto ben realizzato, sia per la scelta dei due gruppi sia dei brani che fanno intuire le sonorità che ognuno dei gruppi sviluppa e nondimeno la loro potenzialità.

In conclusione, ci troviamo davanti ad un prodotto che nonostante le finalità promozionali ha una buona rilevanza artistica nel suo complesso (e nella stupenda opera d'arte che fa da copertina).

Aspettiamo con ansia lavori più completi da entrambi i gruppi, che promettono ottima musica.




Giudizio Finale: 75/100
Simone Giorgi

venerdì 3 aprile 2009

Recensione - The Closer

THE CLOSER
Dream after dream
Autoproduzione - 2008

Tracklist:
1. Dream After Dream
2. Tell me A Lie
3. Sad Joker

Line up:
Ramon - Voce
Denny - Chitarra
Igna - Chitarra
Ambro - Batteria
Giorda - Basso


I The Closer, un quintetto di giovani hard rocker, si presentano in scena vestiti da giocatori di baseball, con divise e bandannas, ricordando a chi visse gli anni '90 i Suicidal Tendencies, gruppo trash-hardcore losangeleno.

L'ambientazione in questo caso non è L.A., ma Cuneo, che negli ultimi tempi vanta una piazza musicale indipendente molto attiva e vivace. E il genere dei The Closer si definisce un "nuovo" hard rock o, all'occorrenza, un hard funk rock, ovvero "quando gli Skid Row incontrano i Red Hot Chili Pepper".

In realtà ascoltando il loro mini EP, "Dream after dream", ci ritroviamo molto di più: dall'hard rock vecchio stile all'heavy metal classico con contaminazioni progressive fino alle sperimentazioni musicali del terzo millennio (molto forti le influenze di Dream Theater e Tool)."Dream after dream" è un mini cd contenente solo tre tracce, che esplorano diversi territori musicali, dando un'idea della versatilità del gruppo. In tutte emerge la voce del cantante, Ramon Briatore, potente, dalle inflessioni liriche e facilmente portata ai virtuosismi, ma che a tratti si impone troppo sulla musica e sulla struttura dei brani.

DREAM AFTER DREAM, la title track che apre l'EP, è un brano di hard rock classico, incorniciato dai cori e da un bell'assolo di chitarra che richiama alle influenze eighties.
TELL ME A LIE è in bilico tra l'heavy metal dei Judas Priest, i controtempi dei Dream Theater e gli acuti drammatici alla Queensryche.
E' il pezzo che più si avvicina alle tendenze musicali del momento, con atmosfere cupe e apocalittiche. D'effetto le influenze classiche nella stanza strumentale a metà del brano.
SAD JOKER è il singolo estratto dall'EP, con un ritornello accattivante che rimane subito in testa e che ricorda per l'immediatezza e l'energia alcuni pezzi mitici degli W.A.S.P..


Le canzoni sono ben scritte, di impatto, anche se talvolta un po' troppo elaborate. Inoltre la registrazione in presa diretta non rende giustizia alla carica e all'energia che i The Closer riescono a trasmettere durante i live.L'intento di dare vita a un "nuovo" hard rock c'è e i ragazzi sono sulla buona strada per realizzarlo.

Il consiglio è quello di utilizzare i diversi stili per creare qualcosa di coraggioso e veramente innovativo, lasciando da parte l'indecisione sulla scelta delle sonorità del passato e quelle del presente.
Nel frattempo aspettiamo un lavoro più definitivo e meglio registrato, che valorizzi maggiormente la loro musica e le loro capacità.

GIUDIZIO FINALE: 68/100

Barbara Origgi

giovedì 2 aprile 2009

Recensione - La Debole Cura



LA DEBOLE CURA
Il Cimitero Delle Idee
Autoproduzione - 2009



Tracklist:
01 – 00:49
02 - Il Cimitero Delle Idee
03 – Black Swan
04 – Città Irreale
05 – Tre Passi Nel Limbo
06 – Watch The Snow



Line Up:
Simone Giorgi: voce, chitarra
Francesco Lista: chitarra
Stefano Ronchi: basso, voce

Francesca Ronchi: Batteria (in studio)
Marco Zaffignani: batteria




La Debole Cura è un progetto avviato nel 2007, quando alla sezione ritmica (Francesca e Stefano Ronchi) degli ormai sciolti Sedna Sound (di cui abbiamo parlato settimana scorsa) si unisce a Simone Giorgi, chitarrista, cantante e scrittore, e Francesco Lista, chitarrista e amico di vecchia data di Stefano.

Dopo il primo demo rilasciato all’ inizio del 2008, e dopo la registrazione di questo ultimo lavoro in studio uscito nel 2009, Francesca sceglie di lasciare la band, e viene sostituita temporaneamente da Stefano Damiani.

Cinque tracce più un breve intro che mostrano gli sviluppi del sound del gruppo: il songwriting partorisce ottimi pezzi, che si snodano attraverso un alternative rock melodico, sognante ed eclettico, per come alterna dolci arpeggi, sfuriate di distorisioni e dosi di psichedelia, mentre più il gruppo attua un grande lavoro anche in fase di produzione dei suoni, rifinendo in maniera accurata i vari pezzi, utilizzando campionamenti, batterie elettriche e spesso anche lo xilofono.

I pezzi che più rispecchiano questa idea di sound sono quelli cantati interamente in italiano, “Città Irreale”, con la sua dinamica alternanza fra soffuse strofe melodiche e ritornello quasi noise, e la titletrack “Il Cimitero delle Idee”, pezzo molto eclettico dal ritmo sostenuto, in cui spiccano un gran lavoro di basso e linee vocali interessanti.

I due i brani cantati in inglese allargano maggiormente gli orizzonti: “Black Swan” (già presente nel primo demo del gruppo) è il pezzo più melodico del disco, si apre con un incedere originale caratterizzato da una ritmica quasi marziale della batteria su cui si stagliano gli arpeggi tessuti dalle chitarre, mentre il brano cresce, si stratifica in un climax strumentale che porta all’ esplosione finale; “Watch the Snow” si presenta invece come il più aggressivo della raccolta, per come sconfina quasi in territori stoner rock nelle parti più rumorose, ma concedendo sempre aperture più leggere e briose che spezzano la tensione e danno respiro al pezzo, sicuramente uno dei più riusciti.

Altro picco dell’ EP è la suggestiva “Tre Passi nel Limbo”, un brano psichedelico interamente strumentale dal sapore desertico, con percussioni, rumori spaziali in sottofondo e chitarre acustiche nel finale.

La Debole Cura si dimostra a buon punto nella propria crescita, pochi sono infatti i difetti di questo breve disco, come ad esempio una eccessiva artificiosità e compostezza della voce in certe parti melodiche, oppure il sovente abuso dello xilofono, orpello non sempre necessario. Resta comunque fra le mani un ottimo lavoro, frutto di quella che è una delle migliori realtà della scena pavese.

Per il successivo salto, non resta che aspettare il prossimo definitivo full lenght, che vedrà l’ ingresso alla batteria del nuovo acquisto Marco Zaffignani, entrato da poche settimane come membro stabile del gruppo.



VOTO: 78/100


Sebastiano Leonida Bianco

lunedì 30 marzo 2009

Recensione - Born To Booze


BORN TO BOOZE
Gates Of Hell
Autoproduzione

Tracklist:
1. Gates of hell
2. Full of blood
3. Alterego
4. Megatron
5. Bloody flag

Line Up:
Vittorio: Chitarra
Lele: Batteria
Simone: Basso
Cesco: Chitarra
Rocco: Voce

I born to booze sono un gruppo di Voghera (PV) e ci propongono un EP di cinque brani.
Già dalla copertina i riferimenti del gruppo verso un hard rock / classic metal sono piuttosto evidenti.

Il disco è registrato con una buona qualità globale anche se alcune scelte in fase di mixaggio (dinamica della voce su tutte) lo rendono a tratti poco fruibile.

Gli arrangiamenti sono molto aderenti ai classici del genere ma globalmente ben curati.
La voce, che risulta veramente protagonista (anche in termini di decibel) è mixata male e poco amalgamata al resto del gruppo. Inoltre da spesso l'impressione di essere poco “centrata” e poco precisa nel registro più alto.
La struttura globale dei brani è ben congegnata ma spesso cade in stereotipi di quasi tre decenni fa.

Globalmente l'ep non colpisce né per originalità, né per qualità di produzione, un buon ep ma solo per gli appassionati del genere.

Giudizio finale: 56/100
Simone Giorgi

venerdì 27 marzo 2009

Recensione - Deluded By Lesbians


DELUDED BY LESBIANS
The Ignorance of Being Important - EP
Autoproduzione – 2009


Tracklist:
7. Don't laugh for me Argentina
8. Love is blind
9. We don't care
10. C'mon get in
11. Rip off my eyes
12. All that she wants



Line Up:
LAURA O'CLOCK : bass, guitar, vocals
LARA BRIXEN: drums, vocals
FEDERICA KNOX: guitars, bass, vocals

My space: http://www.myspace.com/deludedbylesbians


A giudicare dal nome, Deluded by Lesbians, mi sarei aspettata un gruppo demenziale che fa parodie di canzoni più celebri.

Invece, quando mi è stato recapitato il loro plico promozionale e soprattutto quando ho sentito le prime note del cd "The ignorance of being important" mi sono dovuta ricredere.. e di non poco. Il cd è accompagnato da una biografia semiseria in cui si racconta la storia del gruppo, nato a Milano dall'incontro di tre ragazzi accomunati da una delusione d'amore nei confronti di tre ragazze che hanno preferito delle donne a loro.

Da qui l'idea di formare una band dalle sonorità arrabbiate e da qui l'origine del nome Deluded By Lesbians, come recita a caratteri cubitali la busta del merchandising: "We are sorry we are deluded by lesbians".

Anche la copertina del cd è abbastanza esplicita: sul fronte i fondoschiena di due ragazze che si abbracciano spensierate e sul retro il busto di un uomo solo, evidentemente deluso. I Deluded By Lesbians giocano con le distorsioni e picchiano sui piatti, miscelando rabbia e potenza con della sana ironia. Forte e apertamente dichiarata la loro adorazione verso i Queens of The Stone Age e i Master of Reality. Le sei tracce del cd rivelano un'anima stoner, imbevuta di alternative e con molti tratti hard rock e di psichedelia anni '70.

L'approccio umoristico si avvicina a quello dei Presidents of USA, non a caso tra i gruppi che stanno particolarmente a cuore ai DBL, come riportato nella loro biografia."The ignorance of being important", uscito lo scorso gennaio 2009, è la seconda parte di un progetto iniziato nel 2008, "The importance of being ignorant", contenente 6 tracce inedite. Il sequel naturale del primo album è evidente già dalla numerazione delle tracce che iniziano dal numero 7. L'album si apre con una lunga intro strumentale, "Don't laugh for me Argentina", con batteria e chitarre all'ennesima potenza, che identificano immediatamente il sound del gruppo.

Il ritornello è un coro di risate beffarde e taglienti, che ricordano Frank Zappa e i più nostrani Elio e le Storie Tese.Segue "Love is blind", dove il cantato è quasi recitato sopra strumenti pesanti e uno stile sporco alla Soundgarden prima maniera.

Il pezzo più seventies è "We don't care", molto radiofonico e destinato a diventare il singolo dell'album. Con "C'mon get in" i DLB fanno un balzo in avanti di 10 anni e si trasformano in una perfetta hard rock band anni '80. Per concludere "Rip off my eyes" che è la sintesi di tutto il DLB-pensiero. E infine "All that she wants", la cover del brano dance anni '90 degli Ace of Base, rifatta in chiave Deluded By Lesbians, con un basso ipnotico e le due voci gridate di Laura O'Clock e Federica Knox che si alternano al microfono.

L'album è fracassone, ma ben suonato e piacevole all'ascolto. E le premesse per un futuro roseo ci sono tutte. Da perfezionare solo la linea melodica dei brani, a volte un po' troppo urlati.Dopo tante delusioni questa volta i Deluded By Lesbians hanno di che sorridere.



Giudizio finale: 75/100



Barbara Origgi

mercoledì 25 marzo 2009

Recensione - Flor De Sangre


FLOR DE SANGRE

New Season Of Hate - EP
Autoproduzione – 2008



Tracklist:
01. Unbreakable Lies
02. Next Direction
03. Stato d'Anime
04. Damnation's Rain
05. I Will Be Heard (cover Hatebreed)


Line up:
Stef: voce
Bone: voce
Ivan: chitarra
Verdiana “V”: batteria
Vinny la Rosa: basso (solo in studio)



New Season of Hate è il primo EP dei Flor De Sangre, giovane gruppo nato da poco più di un anno. La proposta del gruppo oscilla fra metalcore e nu-metal, e ha come punti di forza l’ utilizzo della doppia voce, maschile e femminile (Bone e Stef), che si alternano in scream, cori melodici e accenni rap, e la presenza costante di ritmiche serratissime grazie alla buona coesione fra chitarra e batteria (Ivan e Verdiana), che spesso si rifugia in muri di doppio pedale.

Il pezzo dove queste componenti si mischiano in maniera più efficace è senza dubbio l’ iniziale Unbreakable Lies, che si dimostra abbastanza incisiva non solo a livello ritmico ma anche melodico, con un interessante intreccio fra la voce in scream di Bone e quella melodica, quasi onirica, di Stef.


Next Direction è un episodio meno lineare, dove troviamo i momenti più melodici del disco, alternati a sfuriate dove anche la voce femminile di Stef si prodiga nel cantato in scream, territorio dove spesso però si dimostra più in difficoltà.

Altro pezzo robusto è Damnation’s Rain, più incentrato su coordinate tipicamente metalcore, ma meno ricco di spunti di rilievo. Stato D’ Anime è invece l’ episodio più particolare dell’ EP, dove spicca un testo di denuncia verso il degrado della nostra nazione, scritto completamente in Italiano. La musica serve perlopiù solo da contorno al fiume di parole.

L’ idea è apprezzabile anche se da l’ impressione di rifugiarsi troppo in facili luoghi comuni (anche se tristemente veri…), ma aggiustando leggermente il tiro questa del cantato in Italiano potrebbe essere una strada interessante da battere in futuro per i Flor De Sangre.

Chiude il disco una cover degli Hatebreed, I Will Be Heard, che conferma le buone doti dei Flor de Sangre come esecutori, nonché la bontà della registrazione e della produzione (il disco è stato mixato e masterizzato nello studio Green Sound di Busto Arsizio).

Per gli appassionati del genere, questo è un progetto su cui rimanere sintonizzati.



Voto: 68/100



Sebastiano Leonida Bianco

domenica 22 marzo 2009

Recensione - Stephane TV


STEPHANE TV
Stephane TV - EP
Autoproduzione - 2009

Tracklist:
1. Swan Song (of Our Love)
2. See The Ghosts
3. So Called Democracy
4. Coldness Got Me Here

Line up:
Giuseppe C.: voce
Giovanni C.: basso
Rocco C.: chitarra
William N.: chitarra
Claudio S.: batteria

Gli Stephane Tv sono un gruppo attivo dal 2008 e proveniente da Pavia. L'omonimo EP(composto da quattro tracce, per un totale di 18 minuti circa) è il loro primo lavoro autoprodotto.

La copertina molto curata ed elegante rende il lavoro appetibile anche alla vista.
L'EP seppur autoprodotto è registrato con una buona qualità globale. Gli arrangiamenti sono ben curati e a tratti essenziali e ben concepiti per portare in primo piano voce e chitarre che sono le guide sonore di ogni melodia.

Il disco è suonato bene, senza sbavature e senza eccessi e virtuosismi.
La voce che risulta protagonista principale (sebbene ben amalgamata con il resto degli strumenti) ha un timbro molto bello, piacevole all'ascolto e in grado di portare sulle spalle il peso dell'evoluzione melodica dei brani.

Dalle prime note di Swan Song si coglie subito il clima del disco e i riferimenti principali degli Stephane Tv, un indie rock di matrice più “scura” che prende come riferimenti principali gruppi come “Interpol”, “I love you but i've chosen darkness” e “Editors”.

I riferimenti ben chiari e ben visibili non sono presi a plagio, anzi ad una sana ispirazione che rende il cd non una copia di brani già sentiti, anche se il clima globale del disco si avvicina molto a quello dei gruppi sopra citati.

Alcune critiche che si possono muovere alla composizione dell'ep sono la scelta dei suoni per quanto riguarda la chitarre distorte, che tendono a tratti a infastidire l'orecchio piuttosto che supportare le parti più aggressive musicalmente, e la poca varietà dei registro vocale, che da un lato è molto piacevole e di estrema importanza melodica, ma dall'altro rischia di togliere personalità al disco appiattendolo un pochino (cosa che peraltro succede spesso nei gruppi indie come “ Interpol” e “I love you but I've chosen Darkness”.

Riassumento, l'ep di Stephane Tv è un prodotto molto valido e che denota un'ottima maturità del gruppo, ben solido sui canoni dell'indie rock, suonato e prodotto in maniera buona e con canzoni dall'ottimo gusto melodico.

Una menzione speciale alla scelta di rendere l'ep gratuitamente scaricabile dal myspace del gruppo (http://www.myspace.com/stephanetvband) grazie alle licenze creative commons e al sito jamendo.com che ne supporta la distribuzione (bravi!).

Giudizio finale: 76/100
Simone Giorgi

venerdì 20 marzo 2009

Intervista - Treves



Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Fabio Treves, il più noto bluesman italiano, che da anni calca i palcoscenici accompagnato dalla sua band, la Treves Blues Band e dalla sua inseparabile armonica.
Il "puma di Lambrate" ci racconta gli aneddoti vissuti nei back stage dei più importanti concerti italiani e internazionali, dagli anni '60 come giovane musicista e fotografo, fino agli anni più recenti, grazie alle innumerevoli collaborazioni con le legg
Apprezzato anche come dj radiofonico, Fabio Treves, dopo aver collaborato con Radio Popolare e con Rock FM, ora conduce il programma "Life in blues" su Lifegate Radio.
Praticamente una vita dedicata al blues...

Tu sei stato uno dei primi bluesman in Italia. Com'era il panorama musicale negli anni '70? Come mai hai scelto il blues piuttosto, che so, di fare prog o musica più in voga a quei tempi?

A casa mia si ascoltava jazz e blues e mio papà aveva molti dischi... quindi sono cresciuto respirando l'aria del blues. Ho avuto la fortuna di crescere ascoltando il primo vero blues e per me è stata una vera e propria illuminazione.
La vera folgorazione però l'ho avuta nel luglio del 1965 quando sono andato a un concerto degli Who e ho visto Roger Daltrey suonare l'armonica.
Gli Who suonavano rock, ma incominciavano a inserire nei loro brani anche l'armonica e delle sonorità blues, che comunque sono sempre state l'anima del rock.
Se ci pensi, tutti i grandi del rock sono stati influenzati dal blues: oltre agli Who, primi su tutti i Led Zeppelin, Aerosmith, Deep Purple…anche gli impensabili….
E' stato amore a prima vista e da quel momento non ho più lasciato il blues.
Ho iniziato a suonare l'armonica nel 1974 con Simonluca (che è stato accompagnato nel tempo anche da artisti famosi quali Alberto Camerini, Eugenio Finardi, i fratelli Belloni)
E' vero ai tempi andava molto in voga il progressive, ma a me piaceva il blues.

Com'è nata la Treves Blues Band? Ci parli della formazione che ti accompagna da qualche anno?
La Treves Blues Band nasce nel 1974 da un progetto fatto con amici proprio con l'intento di creare una blues band.
Di fatto in 35 anni capitano tantissime cose, ho incontrato diversi personaggi e per tanti motivi la formazione è cambiata e si è evoluta fino al 1994 in cui ho incontrato Cappelletti, Gariazzo e Serra (ALE KID GARIAZZO - chitarra e voce, TINO CAPPELLETTI

Ci racconti qualche aneddoto degli artisti con cui hai collaborato?
Devo dire che ho veramente tantissimi ricordi degli artisti che ho incontrato. Sono molto fortunato a poter dire di aver conosciuto personalmente Jim Morrison, Jimi Hendrix, di essere andato in tour con Little Stevens. I giovani che incontro e a cui racco
Ho un bel ricordo del tour fotografico fatto con gli AC/DC e con gli Iron Maiden.
Una volta abbiamo fatto una partita di pallone con gli Iron Maiden: io, Alberto Camerini e Steve Harris. E' molto importante condividere oltre alla musica anche questi momenti di quotidianità.
Ho tanti aneddoti da raccontare e sono successe veramente tantissime cose, anche quando facevo solo il fotografo.
Ho incontrato Willie Deville, Brian Setzer, Roger Daltrey… questi sono tutte persone diventate "amici".
Molti quando passano da Milano mi chiamano o mi vengono a trovare.
Anche lavorando per Rock FM ho conosciuto molti grandi artisti e icone della storia del rock, da Lemmy a Ozzy Osbourne, agli ZZ Top.
Con Brian Gibson degli ZZ Top siamo proprio legati affettivamente… parliamo la stessa lingua e condividiamo le stesse passioni e questa cosa si sente subito, abbiamo vissuto le stesse cose, siamo entrambi cresciuti con i padri fondatori del blues…

C'è un artista che ricordi con particolare affetto?
Mi viene sempre la pelle d'oca quando penso a Jimi Hendrix.
L'ho visto in tutto 10 volte. Gli ho fatto anche una mitica foto al Piper.
Tra l'altro poi siamo nati lo stesso giorno, il 27 novembre, per questo mi sento molto legato a lui. Era avanti 50 anni rispetto ai tempi.
Sentivo questo suo modo di suonare, lo sentivo proprio. Come per un cattolico conoscere il papa. E' stato un momento indescrivibile.
A distanza di 40 anni, 20 giorni fa ho ricevuto delle foto e ce n'era una scattata nel maggio del 1968. E' stato proprio come rivivere quel momento.

Mi hanno chiesto di farti raccontare il tuo viaggio con Eugenio Finardi all'Isola di White
Il viaggio verso 'Isola di White è uno dei tanti che abbiamo fatto per ascoltare i grandi artisti dell'epoca.
Una volta per vedere i concerti di un certo rilievo dovevi prendere e partire. Anche per comprare un disco o un biglietto bisognava andare fino a Zurigo o addirittura ad Amsterdam.
Pensa che nel 1969 suonavano a Rotterdam i Pink Floyd, Santana e i Canned Heat. Io ci sono andato con un cinquantino.
Ai tempi si doveva viaggiare per ascoltare la musica.
Sono stato fortunato perché i miei genitori mi lasciavano libero di fare queste cose e di andare lontano per ascoltare la musica.

Tra gli artisti italiani chi apprezzi in particolar modo?
Molti musicisti italiani che non ci sono più: da Pierangelo Bertoli a Ivan Graziani..
Anche se non fanno blues c'è sempre tanto rispetto e stima reciproca.
Mi piacciono poi i Linea 77, i Punkreas, Roy Paci, Grignani (in un suo disco ho suonato l'armonica)..Branduardi, Finardi, i Pooh.
Dodi Battaglia negli anni '60 era un dio a suonare la chitarra, si ispirava molto ai Deep Purple e a Hendrix.
I Pooh alla fine sono intramontabili anche a distanza di tempo perché fanno musica con passione e onestà,
ci danno dentro. E allo stesso modo rispetto i giovani che fanno musica alternativa, perché ci credono.

Dei nuovi chi ti piace?
In Italia mi piacciono i fratelli Calafuria, sin dal primo demo
E poi Pino Scotto.

Degli artisti internazionali invece?
Del terzo millennio ci sono gruppi promettenti, bravi e onesti. Però hanno sempre un background che è il rock degli anni '60.
Io ascolto molto i Foo Fighter, i primi Greenday, i Gorillaz e poi, di artisti che fanno altri generi, apprezzo James Taylor e Matt Bianco.
Ho tantissimi vinili di punk anni 70. Poi ho ascoltato tanto i sudisti…i Lynyrd Skynyrd, la Charlie Daniels Band, i Little Feet, mi piace il suono sudista.
Mi piacciono anche i gruppi più estremi. Non importa il genere che suoni ma l'impegno e la coerenza che ci metti.

Per te il blues è solo quello legato alla tradizione o esiste un blues più "moderno"?
Purtroppo i padri del blues, i vecchi bluesmen, stanno morendo.
Qualcuno è ancora in giro come Buddy Guy o BB King.
Però il blues non morirà mai perché si tramanda di generazione in generazione.
E non passerà mai di moda perché non è solo una moda.
L'evoluzione del blues c'è se lo interpreti alla tua maniera.

E com'è il tuo blues?
Io sono rimasto sempre fuori dal mercato, ho fatto sempre dischi autoprodotti e non sono mai stato legato a un contratto o a un'etichetta, perché poi sei obbligato a suonare in determinati locali solo per una questione di immagine e di marketing.
Mi piace l'idea che il blues è naif e non lo puoi ingabbiare…Anche i grandi bluesmen, a 80 anni hanno sempre lo spirito di una volta, li vedi dopo un'esibizione allacciare rapporti con la gente che viene a sentirli o con gli altri musicisti che li accompa
I bluesman non sono santoni o detentori del verbo, vogliono solo entrare nei cuori della gente.
Quando suona la Treves Blues Band si riuniscono generazioni diverse…è questo il vero miracolo italiano, anche senza la pubblicità al tg…io sono sempre contento quando mi chiedono di fare interviste nonostante non ci facciamo una grande promozione.

Ritieni di essere sempre stato coerente all'idea del blues?
Comunque lo suoni, il blues è fondamentalmente la condivisione di un valore.
E questo lo dimostra avere tanti amici che ti scrivono e che ti mostrano la loro stima o le loro emozioni.
Ogni volta che vado in televisione, ricevo tantissimi sms da tutte le parti d'Italia e capisco che il
blues è solidarietà ed è una musica di fratellanza, per le masse, è uno stato di appartenenza.
Anche quando mi è capitato di suonare negli ospizi, nelle carceri, nelle scuole, sono orgoglioso di poter dare una mezz'ora di pace al vecchietto o al malato..e io che suono credo veramente a questa cosa.
Sento di suonare per una giusta causa, e questo lo rivendico da 60 anni.

Si può ancora fare politica attraverso al musica?
Se mi chiamano per fare concerto per associazioni contro le morti sul lavoro o per difendere il verde, io vado.
Se invecelapolitica diventa schierarsi per un partito o per l'altro allora no, non andrò mai a un convegno politico.
Il blues è apolitico.
Blues nasce come solidarietà tra persone. Anche quando ho iniziato e avevamo pochi soldi, quello che guadagnavamo con le serate lo mettevamo insieme per pagare l'affitto o gli strumenti.

Hai un'armonica a cui sei particolarmente affezionato?
Melvin Lewis, il grande jazzista, una volta mi aveva regalato un'armonica, però devo dire che non sono molto legato alle armoniche che suono, nemmeno a quelle regalatemi da altri.
Per me il blues è condivisione, è per questo che le cose che ho di solito le regalo.
Mi è capitato di regalare a qualche ragazzo un disco o un cd autografato ed è bello vederlo rimanere estasiato e prendere il volo. Io sono contento nel vedere questo entusiasmo.
Sono legato solo a due cose: a una felpa e a una maglietta che mi aveva regalato Frank Zappa. Quelle non le regalerò mai.

Tra le esperienze fatte in radio quale ti è rimasta più impressa?
Sicuramente Rock FM è stata l'esperienza più bella.
Mi ha dato la possibilità di arrivare a una fascia di giovani che non mollano e continuano a resistere nelle fede verso il rock'n'roll.
Rock FM ha proprio lasciato un segno e mi ha lasciato un senso di appartenenza, che nemmeno aveva lasciato Radio Popolare, dove avevo avuto la possibilità di parlare di blues nel 1976 rivoluzionario…
A rock FM ricevevo sempre un sacco di SMS in diretta da parte di ascoltatori che mi dicevano quanto era importante il blues per le loro vite. Quindi per me è diventata anche una sorta di missione.
Quando giravo per strada in molti mi fermavano e mi ringraziavano, gente di tutte le età. E' questa è una cosa bellissima.
E' come quando vai a un concerto dei Jethro Tull e o a vedere "Hair" in cui trovi insieme tutte le generazioni di fan. "Hair" è bello per tutti, per i giovani e per i meno giovani, perché alla fine parla della vita…e queste cose non hanno età.

Com'è il tuo rapporto con la tecnologia?
Un aspetto negativo della tecnologia è che oggi se non hai il computer o facebook sei fuori dal mondo…
Mentre potrebbe essere positivo il discorso che la globalizzazione ti permette di pubblicare un disco in contemporanea in tutto il mondo, quando una volta i dischi uscivano solo in Svizzera e in Germania.
Penso che in questi tempi si sia perso il gusto della semplicità… una volta ti emozionavi quando trovavi un biglietto attaccato al tergicristallo, ora invece questi gesti sono sempre di meno.
E la tecnologia ci sta rendendo pigri.
Io sono un vecchio hippy anarchico ex figlio dei fiori e ancora legato a vecchi ideali. Se ci fossero più sogni e più fantasia si vivrebbe molto meglio.
Per questo ritorno al blues: il blues è sangue, sudore e musica.
Il blues è tutta roba genuina.
Devi convincere la gente. E per farlo devi metterci grinte e
una carica che non ti danno né la droga, né il buddismo, né niente. Io credo solo nel blues.
Il blues è un filosofo, un amico, un compagno, un'ancora di salvezza.
E vorrei chiudere con la frase che Bruce Springsteen ha detto in apertura di un suo concerto: "Are you ready for the blues?"

Barbara Origgi

mercoledì 18 marzo 2009

Recensione - Sedna Sound


SEDNA SOUND
Demo
Autoproduzione - 2004


Tracklist:
01 - Propofan
02 - Niente
03 - Ironia
04 - Tutto Bene
05 - Diazepanico



Line Up:
Augusto Cazzoli: chitarra
Francesca Ronchi: batteria
Simone Celia: chitarra
Stefano Ronchi: basso, voce



Questo demo dei Sedna Sound è piccolo pezzetto della recente storia dell’ alternative rock pavese, registrato interamente in presa diretta nel 2004, rimane l’ unica testimonianza in studio del progetto degli allora liceali fratelli Stefano e Francesca Ronchi (rispettivamente basso/voce e batteria), Augusto Cazzoli e Simone Celia (rimpiazzao nell’ ultimo periodo di vita della band da Davide Bonizzoni), prima dello scioglimento della band nel 2006.

I Sedna Sound si presentavano come figli dei primi Verdena, proponendo un grunge grezzo che si lasciava contaminare sia dalla melodia che dal punk. In questo breve disco, la registrazione molto spartana accentua fortemente il carattere ribelle della loro musica e rende abbastanza bene l’ idea di quelli che erano le loro esibizioni live, che consentirono ai ragazzi di far girare il proprio nome all’ interno della scena pavese. Rimane un pizzico di rimpianto per la mancanza di un prodotto meglio registrato e rifinito, anche se il nuovo progetto di Stefano Ronchi, La Debole Cura, ha tutti i mezzi per superare la precedente esperienza.

Se ancora oggi provate a chiedere a qualche ragazzo in giro per Pavia a quale canzone associa il nome Sedna Sound, sicuramente lui vi risponderà citando “Niente”, la seconda traccia del disco, pezzo nirvaniano di ottimo impatto che diventò una sorta di bandiera del gruppo.
Oltro cavallo di battaglia è “Propofan”, l’ episodio migliore sul versante più punk.

Il connubbio fra rumore e molodia si ripete nei pezzi che superano i 5 minuti, ovvero “Ironia” e “Diazepanico”, che vivono su combinazioni di robusti e semplici riff, qualche apertura più tranquilla, giri vertiginosi di batteria ma anche sulla voce acuta di Ronchi, che passa dallo stridente al sofferto, ed è forse la componente che più risente della registrazione in presa diretta (che lascia qua e là qualche stonatura). “Tutto bene” è la traccia più particolare, molto breve, con una struttura insolita, un intro melodico, un cuore di puro punk e una chiusura con un lungo assolo a condire il tutto.

Un piccola ma significativa testimonianza di un giovane ma significativo progetto del recente passato.


VOTO: 70/100
Sebastiano Leonida Bianco